Se hai la cellulite puoi essere un oggetto (?)

Buongiorno e benvenuti a bordo, è il vostro comandante Capybara che vi parla. Sedetevi comodi e godetevi la vista, stiamo sorvolando l’iper sessualizzazione del corpo femminile, mentre alla vostra destra potete osservare il movimento body positive.

Tenete le cinture di sicurezza allacciate, ci prepariamo all’atterraggio, destinazione : mi sono rotta il c**zo di fare finta di niente.

Okay okay, rallento e cerco di essere più diplomatica. Riavvolgiamo il nastro e torniamo indietro di qualche anno.

Prima che il movimento body positive facesse la sua comparsa tra gli hashtag di tendenza, insieme a #girlpower e al più gagliardo #grlpwr, le femministe di tutto il mondo avevano già attirato l’attenzione sul problema dell’iper sessualizzazione del corpo femminile e delle conseguenti oggettivazione e auto oggettivazione a cui noi donne andiamo incontro.

Per iper sessualizzazione si intende, in poche parole, l’associazione continua e forzata tra il corpo femminile e l’erotismo. Ogni singola parte del nostro corpo è sostanzialmente passata, nel corso della storia, al vaglio del patriarcato ed è stata etichettata come “volgare”, “indecente”o peggio.

In epoca vittoriana ad essere audaci fari erotici erano le nostre caviglie, negli anni ’50 fu il turno dell’ombelico e il bikini venne bandito dalle esibizioni di Miss Mondo.

Sesant’anni dopo non abbiamo fatto molto passi avanti: in molte scuole americane le ragazze vengono rispedite a casa se scoprono spalle e ginocchia, (non importa se i ragazzi intanto hanno addosso calzoncini con stampe tropicali), mentre sul web impazzano gli slogan che chiedono la liberazione dei capezzoli femminili, censurati da ogni piattaforma social, al contrario di quelli maschili, accolti da indifferenza e ipocrisia.

Le conseguenze di queste fissazioni sono l’oggetivazione, ossia la deumanizzazione di chi possiede le suddette parti del corpo (processo a cui hanno contribuito industria della moda e pubblicità), e l’auto oggetivazione, cioè la convinzione conscia o inconscia, da parte di noi donne, di essere effettivamente oggetti da esibire e da desiderare, da conquistare e possedere, da recensire e sancire.

Negli ultimi anni questi problemi hanno cominciato ad essere familiari a sempre più persone. Brand come Calzedonia, Skyy Vodka e persino Dolce&Gabbana sono stati sanzionati perché si stava finalmente realizzando che non è simpatico eroticizzare uno stupro su una locandina, che le donne hanno un corpo oltre che a delle gambe simili a rametti e che la battuta machista sullo sperma poteva anche rimanere fuori da una campagna pubblicitaria a tema alcolici.

Eppure tutto ciò ha vissuto una brutale battuta d’arresto. Le donne che vediamo sulle copertine o che affollano la home di Instagram non sono più chiuse in un bagagliaio e non rasentano più i trenta chili e questo ci basta per crogiolarci nell’illusione che le cose stiano cambiando e che ora i nostri corpi abbiano una nuova e riscoperta dignità.

Mi sono rotta il c**zo di far finta di niente. Non sta andando meglio. Certo, i corpi che ci vengono mostrati sono più diversi e vari, hanno differenti colori, forme e dimensioni, ma le immagini che troppo spesso vediamo rimangono quelle di corpi, non di persone.

Ci facciamo abbindolare dalla parvenza di “inclusività” di tante campagne pubblicitarie e abbiamo smesso per questo di notare quelle stesse problematiche che anni fa ci sarebbero saltate all’occhio.

Un esempio su tutti: il servizio fotografico per V Magazine fatto da Paloma Elsesser e Ashley Graham lo scorso Novembre. L’inserto aveva tutte le caratteristiche del servizio fotografico al passo con i tempi: due modelle, una caucasica e l’altra per metà afro americana posano in un set che richiama gli anni 80 con costumi dai colori accesi e make-up perfetto per uno sguardo fierce e sicuro.

Tutto regolare, se non che uno degli scatti (quello riportato in apertura qui sopra) mi ha fatto venire la pelle d’oca. Ashley e Paloma sono di spalle, volto nascosto, con indosso un cappotto e un foulard di Versace e un paio di calze parigine che attirano l’attenzione sul loro fondo schiena. Due ragazze sostanzialmente rese culi per uno scatto che penso avesse la presunzione di sponsorizzare dell’abbigliamento invernale.

Non fraintendetemi, non biasimo Ashley, né tantomeno Paloma, non voglio mettere in discussione la loro libertà e il diritto all’autodeterminazione, né voglio contestare il mondo del marketing in cui V Magazine è ovviamente immersa, ma, siamo seri per un attimo: cinque anni fa una foto del genere, con dei culi più vicini alla 38 piuttosto che alla 48, avrebbe fatto scalpore.

Avrebbe fatto inorridire il movimento e avrebbe fatto storcere il naso a molti e a molte di noi. Tuttavia non ho trovato un articolo, un commento, un post che sottolineasse che forse, dico forse, rendere chiappe due donne poteva non essere la mossa vincente.

Esempi del genere si trovano un po’ ovunque, eppure cantiamo vittoria tutte le volte che vediamo un corpo non scheletrico rappresentato su qualche rivista, senza far caso al fatto che le bocche di noi donne rimangono semi schiuse, le pose innaturali, le forme ritoccate e gli sguardi bramosi continuano a mettere in atto le stesse dinamiche di oggetivazione e iper sessualizzazione.

Questo articolo ha un tono esasperato in cui non indugio spesso, ma il punto è che la faccenda mi riguarda in modo molto personale.

Sono sovrappeso, ho forme abbondanti e un’altezza non “canonica” e il movimento body positive mi aveva promesso una realtà più inclusiva, con fisicità verosimili e una pressione sociale minore sulle aspettative legate all’aspetto femminile. Mi aveva promesso di scardinare le regole che per anni avevano condizionato noi donne e i nostri corpi.

Eppure si perpetuano i ritocchi esagerati e le pose plastiche. Eppure le #curvyblogger sembrano avere troppo spesso il coraggio di esporre la propria carne solo in foto cariche di erotismo. Eppure arrivano da riviste e talk show messaggi avvilenti che vogliono farmi credere che la mia abbondanza può sì essere empowering, ma solo nel momento in cui è usata per attirare l’attenzione maschile.

Mi sento tradita e anche un po’ persa, la gente intorno a me sembra non capire, le donne accanto a me sembrano non voler aprire gli occhi. Tutto sembra remare contro una presa di coscienza che finalmente possa mettere in discussione il sistema, ma io non mollo e il messaggio è chiaro nella mia testa: non ho intenzione di scendere a patti con il patriarcato, specialmente per poter amare il mio corpo.

Sono il Capybara Femminista, ho 23 anni, mi piace l’uvetta e ho una strana ossessione per gli incensi. Mi sentirai citare detti popolari in modo sconclusionato e fuori contesto. A quanto pare i film che preferisco sono quelli che la gente comunemente trova noiosi. Credo nel vero amore, nell’energia dell’universo e nel femminismo intersezionale.

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