Privilegio bianco – Monroe Bergdorf edition

Noi del Tucamingo ci abbiamo già provato a parlare di Privilegio Bianco. Ci abbiamo provato facendo riferimento alle immagini distorte che, mascherate da celeberrimi fim hollywoodiani hanno trascinato milioni di persone al cinema inneggiando alla “conquista del far west”. Ci abbiamo provato facendo riferimento alla follia di Trump e alla sua insaziabile smania di emergere schiacciando tutto e tutti: lui, uomo bianco, figlio di un orgoglioso membro del KKK, che parla dei suprematisti bianchi in prima persona plurale. Ci abbiamo provato celebrando il Black History Month, ci abbiamo provato lanciando l’impresa di Divest DAPL contro Intesa San Paolo al fianco di Women’s March Milano, ci abbiamo provato raccontandovi più di una volta storie di donne coraggiose che hanno incarnato la rabbia e la sofferenza delle minoranze che rappresentavano. Oggi vorrei farlo ancora una volta, in un modo forse un po’ nuovo, perché mai così semplice da afferrare.

Vi chiedo di digitare un paio di parole su Google Immagini e di riflettere insieme su quello che viene fuori. Siete pronti? Bene, scrivete “beautiful girl” e premete il tasto “invio”. Ecco qui, una schiera di rettangolini bianchi. Bianca è la ragazza con quell’adorabile camicietta rosa, bianca è quella che sorride guardando un fiorellino e bianca è quella che, decine e decine di immagini più sotto, si sdraia sull’erba e prende il sole.

Se ancora non avete capito dove voglio andare a parare, sarò più esplicita: abbiamo un problema. Abbiamo un problema se la bellezza viene così strettamente associata a un unico volto, o meglio, a un unico COLORE.

Proprio alla luce di questa convinzione, il mese scorso mi ritrovai a fare i salti di gioia quando L’Oreal lanciò la sua nuova linea di make-up pensata per adattarsi alle carnagioni più diverse. Lo slogan in promozione a questa nuova iniziativa, inoltre, sembrava sottolineare la diversità come pregio, sembrava voler spingere ad essere se stessi e recitava qualcosa come “28 tinte. 28 storie. Scrivi la tua.”.

Allo slogan, che forse non è dei più riusciti, ma sicuramente uno dei più (col senno di poi, aggiungo -falsamente- ) promettenti, L’Oreal accompagnava 28 videoclip, ognuno con la presenza di personalità di spicco di origine britannica, tutte accomunate dall’essere uniche. Tra loro c’era la tanto unica quanto rara Monroe Bergdorf, che oltre ad essere una donna di colore è anche la sola transessuale della campagna pubblicitaria.

Beh, L’Oreal aveva tutta la mia stima! Finalmente una marca di make-up low cost che rendesse disponibili decine di sfumature differenti! Finalmente colori che si staccassero dalla ormai vista e rivista serie di “nude” “beige” e “sand”: tutti nomi che noi ragazze bianche avremo visto sui nostri flaconcini di fondotinta almeno una dozzina di volte. Ma L’Oreal si era spinta anche oltre! Aveva rappresentato una minoranza spesso dimenticata, quella delle donne trans, e l’aveva rappresentata con la naturalezza necessaria a far cadere i pregiudizi e a smontare i taboo. Ma, forse, mi entusiasmai un po’ troppo. Cinque giorni dopo il lancio della suddetta campagna, L’Oreal licenzia Monroe Bergdorf. La Bergdorf si è macchiata di una colpa che nemmeno L’Oreal, con la su campagna inclusiva e all’avanguardia, ha saputo scusare: ha denunciato la supremazia bianca.

All’indomani dei Ben noti disordini di Charlottesville, la Monroe ha espresso tutta la frustrazione in un post su Facebook. Il post è stato cancellato, ma circola ancora sul web poiché è stato condiviso più e più volte da numerosi account Twitter. La disperazione che emerge dalle sue parole fa quasi male. Esordisce infatti dicendo “Onestamente non ho più la forza di parlare della violenza razziale dei bainchi. Sì, di tutti i banchi. Perché molti di voi non si rendono conto, o non vogliono ammettere, che la vostra esistenza, il vostro successo e il vostro privilegio, come razza, è costruito sulla schiena, il sangue e la morte di persone di colore”. Pur volendo trovare un tono molto crudo in questo messaggio, non vedo come le si possa dare torto. Pur volendo riconoscere la rabbia nelle sue parole, non vedo come L’Oreal abbia potuto liberarsi dell’unica persona che non aveva avuto paura di seguire l’incentivo di quel suo sciocco slogan. “28 shades. 28 stories. Write yours”.

Monroe ci ha provato, ha scritto la sua storia, la sua e quella della sua gente, ma, a quanto pare, noi bianchi non siamo pronti ad ammettere che la nostra razza rappresenta un pericolo per numerose etnie. Non siamo pronti a fare i conti con le nostre colpe. E così, per utilizzare un’espressione della Bergdorf, “continuiamo a tenere la testa sotto la sabbia, con le mani sulle orecchie.”

Il Capybara Femminista

Sono il Capybara Femminista, ho 23 anni, mi piace l’uvetta e ho una strana ossessione per gli incensi. Mi sentirai citare detti popolari in modo sconclusionato e fuori contesto. A quanto pare i film che preferisco sono quelli che la gente comunemente trova noiosi. Credo nel vero amore, nell’energia dell’universo e nel femminismo intersezionale.

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