Nike e i suprematisti bianchi: una lotta firmata #TakeAKnee

Il volto di Colin Kaepernick è appeso ovunque negli Stati Uniti. Nike, il noto brand di abbigliamento sportivo, ha infatti scelto l’ex atleta della NFL come testimonial per la sua ultima campagna pubblicitaria.

Il Billboard in bianco e nero riporta un primissimo piano di Colin, con una citazione decisamente di impatto, scritta in un carattere pulito e minimale. “Credi fermamente in qualcosa, anche se significa sacrificare tutto”.

La frase è un chiaro riferimento al recente passato di Kaepernick, ora rimasto senza il suo impiego sportivo, dopo che essere diventato il portavoce della campagna #TakeAKnee lo ha reso un personaggio “scomodo” da far scendere in campo.

“Take a knee” ovvero, “inginòcchiati”. Così è stata battezzata la campagna di sensibilizzazione intrapresa da Colin un anno e mezzo fa, a cui hanno poi aderito diverse altre star dello sport. Take a knee si traduce in un gesto semplice e fortemente comunicativo: invece di guardare la bandiera a stelle e strisce con la mano sul cuore, durante l’emissione dell’inno nazionale americano, prima di gare e partite i giocatori in campo si inginocchiano con lo sguardo basso.

Il perché di questo gesto lo spiega lo stesso Colin in un’intervista. “Non ho intenzione di rimanere in piedi per dimostrare orgoglio nei confronti di questa bandiera e di un Paese che opprime le persone nere e le persone di colore”, dice, rispondendo ad un giornalista. “E’ qualcosa che va oltre il football e mi sentirei molto egoista a pensarla diversamente. Ci sono corpi lasciati senza vita per la strada e ci sono persone che pagando una cauzione riescono a svincolasi dall’accusa di omicidio”.

Per la comunità afroamericana, infatti, la lotta contro il razzismo istituzionalizzato fa parte del quotidiano. Per loro, pregiudizio e discriminazione si trasformano spesso in rischi tangibili, dagli epiloghi drammatici.

La ghettizzazione , la disparità di salario e una storia di subalternità lunga secoli, sembrano voler relegare questa comunità ad una condizione di vita precaria. Precaria è la loro stessa esistenza, ed è proprio questo che la campagna Black Lives Matter sottolinea, denunciando come crimini razziali le morti di uomini e donne di colore uccisi per mano della polizia.

Solo considerando le stime di questo 2018, calcolando quanto registrato fino a giugno, gli afroamericani uccisi dagli agenti sono stati 102. 11 di questi erano completamente disarmati. Tenendo presente la conformazione della popolazione statunitense, sembra che il rischio corso da un uomo nero di essere ucciso da un agente sia tre volte quello corso da un uomo bianco.

Eppure c’è chi di tutto questo se ne frega.

Com’è che si dice? “Ammettere l’esistenza di un problema è il primo passo per risolverlo”, ma la Casa Bianca ha dimostrato di non voler affatto risolvere un problema da cui, dopotutto, i suoi abitanti non sono minimamente colpiti.

Facendo sfoggio del suo privilegio bianco, il Presidente Donald Trump ha visto la campagna Take A Knee come un affronto ai veterani e alla bandiera Americana. Qualcosa di anti patriottico, qualcosa di tossico e da perseguire.

“Non vi piacerebbe vedere uno di questi boss della NFL, quando uno manca di rispetto alla bandiera, dire – Portate quel figli di pu***na fuori dal campo, ora! E’ licenziato!- “ ha detto con soddisfazione Trump durante un comizio in Alabama.

La reazione innescata da queste parole è stata epica. Da una parte i sostenitori del fautore di “Make America Great Again”, dall’altra, sempre più giocatori in ginocchio sul campo di gioco. La campagna si è diffusa come una macchia d’olio, passando dai campi di football a quelli da tennis, fino ai terrosi campi da baseball. Gli sportivi sfoggiavano un atteggiamento risoluto, talvolta affiancati da allenatori e dirigenti, anch’essi in ginocchio.

C’è chi ha provato a protestare. Non solo si trattava di un gesto anti patriottico, (a quanto pare richiedere eguali diritti nel Paese di colui che viene chiamato “il leader del mondo libero”, è anti patriottico), ma, secondo i tifosi repubblicani, sarebbe stato anche poco sportivo.

Eppure lo sport si è sempre reso paladino di messaggi politici potenti e controversi. Iconica è la foto del ’68, quando i due vincitori delle medaglie olimpiche John Carlos e Tommy Smith posarono sul podio con il pugno alzato del Black Power. Memorabile è la resistenza di Muhammad Ali, che, finendo in carcere, si rifiutò di imbracciare un fucile nella guerra del Vietnam, per combattere al servizio di un Paese che aveva trattato la sua gente alla stregua di animali per secoli.

In questi giorni Colin e il movimento #TakeAKnee tornano sotto i riflettori grazie al colosso capitalista Nike. E alla ribalta tornano anche i sostenitori del grottesco Donald Trump.

Tutti minacciano di boicottare Nike, ma sono pronta a scommettere che nessuno di questi si sia mai opposto alle scelte poco sostenibili o ai  processi di produzione e sfruttamento adottati da questo marchio. Nonostante ciò  sono stati in molti a non sopportare questa campagna apertamente anti razzista.

C’è stato chi si è filmato distruggendo i capi del brand e addirittura chi, come il sindaco di Kenner, Louisiana, Ben Zahn, si è spinto a firmare mandati che vietano il commercio dei prodotti con logo Nike nella propria cittadina. Eppure, in un solo giorno, a seguito dell’inaugurazione della nuova campagna, Nike ha aumentato le sue vendite del 31 per cento.

E voglio credere che oltre questa vincente trovata pubblicitaria, ci sia una parte di mondo che davvero crede ancora in qualcosa. Qualcosa di buono, qualcosa di degno, qualcosa per la quale varrebbe la pena sacrificare tutto.

Sono il Capybara Femminista, ho 23 anni, mi piace l’uvetta e ho una strana ossessione per gli incensi. Mi sentirai citare detti popolari in modo sconclusionato e fuori contesto. A quanto pare i film che preferisco sono quelli che la gente comunemente trova noiosi. Credo nel vero amore, nell’energia dell’universo e nel femminismo intersezionale.

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