La sottocultura LGBT tra polari, camp e San Sebastiano

Se pensate che il gruppo LGBT non sia in grado di produrre una sottocultura, vi sbagliate! Come tutte le minoranze, in particolare come tutte le minoranze più marginalizzate e perseguitate, anche omosessuali, lesbiche, cross dresser e drag queen hanno dato vita, ormai da secoli, a codici di espressione e di aggregazione che vanno dal linguaggio al gusto estetico, dalla moda alle icone.

Andiamo con ordine.

Gli omosessuali esistono da sempre e con loro qualsiasi gruppo non si possa identificare nel modello normativo eterosessuale cisgender: non sono un’invenzione della modernità, dai vostri bambini, nelle scuole, non vogliono niente di niente e non fanno nemmeno parte di una lobby di illuminati o di rettiliani, benché ci sia chi è pronto ad affermare il contrario.

Nonostante ciò, è necessario aspettare il ‘700 perché l’omosessualità venga riconosciuta come un orientamento sessuale e non sia più associata ad un singolo atto erotico (detto sodomia) e perché dunque passi l’idea dell’omosessualità come di una caratteristica connaturata e propria dell’individuo fin dalla nascita. Tra le conseguenze negative di questa presa di coscienza (come la persecuzione e il rinsaldamento dei ruoli di genere come escamotage per non incappare nell’accusa di “inversione”) almeno una conseguenza positiva ci fu: gli lgbt cominciarono a riconoscersi come gruppo, come minoranza.

Nelle grandi città europee si diffondono locali clandestini per omosessuali dove tra canti, balli e travestimenti, nasce un sentimento di appartenenza. Nascono amicizie, amori, hanno luogo scambi di idee, anche tra importanti intellettuali, e sbocciano così i primi semi di una cultura di cui molti aspetti sopravvivono ancora oggi.

Innanzitutto ci fu bisogno di creare una lingua. Un linguaggio idiomatico che permettesse agli omosessuali di riconoscersi tra loro senza incappare nelle critiche dell’opinione pubblica o, peggio, nel manganello della polizia. Così, in Inghilterra, nelle Molly Houses del ‘700, nasce il “polari”. Al polari sono stati dedicati studi di Linguistica, come quello ad opera di Paul Baker e, sebbene la sua diffusione sia stata consistente solo fino alla prima metà del ‘900, alcune espressioni come “otter” o “fairy” (per descrivere un omosessuale dal fisico tonico e villoso o uno invece più effemminato) resistono tuttora. Portatrici sane delle più importanti tracce di quella che possiamo definire a tutti gli affetti una lingua, sono le drag queen: tra la cultura Drag si conserva ancora un buon uso del polari anche grazie all’associazione “The sisters of perpetual indulgence” le cui componenti si battono e si impegnano affinché questo sistema di comunicazione sopravviva nel tempo!

L’elemento più importante, più complesso e senza dubbio più affascinate della cultura LGBT, però, è sicuramente il “camp”.

Il camp non è facile da definire e non è nemmeno mai stata data una traduzione soddisfacente in lingua italiana. C’è chi parla del camp come sinonimo di “trash” o “carnevalesco”, ma il camp va oltre le stoffe pacchiane e i colori pop. Isherwood, nel suo romanzo del 1954, definisce il camp una “sensibilità”, paragonabile al Tao cinese.

A metà tra il gusto estetico e un modo di vedere il mondo, il camp non si prende gioco delle cose, non le deride, ma le accosta affinché il loro stesso lato ironico possa emergere. Gli elementi fondamentali del camp sono l’incongruenza ( l’ossimoro ne è il cuore pulsante: il contrasto uomo-donna è quello più gettonato); la teatralità (camp deriva infatti dal gergo teatrale francese “se camper”, ovvero “esibirsi occupando l’intero palco”); e l’umorismo, che, in origine, permetteva di esorcizzare con l’ironia la crudeltà di una società in cui essere omosessuale voleva dire andare in prigione o essere sottoposto a lobotomia.

 

Camp è l’esibizione di una drag queen o la collezione di un dandy; camp sono delle piantine sistemate in una cassa per lo sciacquone o le foto di Fred Holland Day dove un giovane omosessuale viene rappresentato come San Sebastiano. Scelta non casuale: San Sebastiano era diventato una vera e propria icona gay già dall’ ‘800: rappresentato dall’iconografia cattolica come un ragazzo atletico dai capelli lunghi, legato ad un tronco e trafitto dalle frecce del suo martirio, Sebastiano rappresentava per gli omosessuali del XIX secolo le sofferenze di una vita alla mercé di psichiatri e medici da cui erano dipinti come “deviati” dediti al vizio.

Come avrete già capito, l’idea di icona gay non è di certo nuova e San Sebastiano non era ovviamente l’unica. Uno per tutti fu James Dean che, in “gioventù bruciata”, in quanto rappresentante (estremamente sexy) di una mascolinità sofferta e in lotta con la produttività borghese, divenne una leggendaria icona lesbica. A lui si ispira lo stile butch con le t-shirt bianche messe al contrario (in modo da simulare lo scollo maschile e coprire lo sterno) e i capelli corti tirati indietro con la brillantina. Non parliamo poi di Carmen Miranda! Cantante di origine portoghese, si presentava sul palco con immensi orecchini di pietre dure e caschi di frutta sul capo: sensuale, allegra, oggettivamente pacchiana, in ogni locale gay c’erano spettacoli da lei ispirati e, beh, come biasimare questa scelta?

Insomma, se oggi abbiamo le meme dedicate a Maria De Filippi, prima avevamo i cheap movies di Batman e Robin. Se oggi sono Beyoncé e Lady Gaga ad essere le queen indiscusse del mondo gay, prima pendevamo  dalle labbra di Mae West e Judy Garland: tutti nomi celeberrimi, ma, ciò che conta davvero,  sono gli elementi che stabiliscono un continuum: lo spirito di rivalsa, la voglia di divertirsi e, soprattutto, un immenso e giustificato #pride!

Il Capybara Femminista 

Sono il Capybara Femminista, ho 23 anni, mi piace l’uvetta e ho una strana ossessione per gli incensi. Mi sentirai citare detti popolari in modo sconclusionato e fuori contesto. A quanto pare i film che preferisco sono quelli che la gente comunemente trova noiosi. Credo nel vero amore, nell’energia dell’universo e nel femminismo intersezionale.

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