Frederick Douglass – Nato schiavo, morto attivista

A inizio settimana vi ho parlato di Abba. Nell’ Articolo vi ho ricordato di quel giovane ragazzo di colore, figlio di immigrati del Burkina Faso, che dieci anni fa venne ucciso a Milano, in Via Zuretti ( a due passi da casa mia, tra l’ altro), dalla furia di due baristi della zona.
Il delitto deve essere contestualizzato, anche se non ho intenzione di ripetere in questa sede tutte le osservazioni del caso, ma, gira e rigira, è difficile non sganciarsi dalla convinzione per cui il razzismo, in quell’evento, giocò un ruolo di rilievo.

Oggi, volendo dare valore anche quest’anno al mese della cultura nera, vi vorrei parlare di quello che, del razzismo, non so bene se sia il frutto o il seme. Vi vorrei parlare di schiavitù. Vi vorrei parlare di Frederick Douglas, vi vorrei parlare, parafrasando le sue parole, di come un uomo fu fatto schiavo e di come uno schiavo si fece uomo.

Cercando Frederick Douglas su wikipedia, di lui viene detto che fu scrittore, che fu politico, attivista ed editore. Di lui viene detto che sostenne la lotta per il diritto di voto alle donne, viene detto che fu riformatore e abolizionista e, per quanto possiate non crederci, viene detto che fu anche schiavo.

Per quanto un essere umano di questo tipo, capace di imprese di tale calibro e di tale rilevanza dovrebbe essere su tutti i libri di storia, conosciuto da alunni e alunne di ogni paese, io, Frederick Douglas, l’ho scoperto un po’ per caso. Più esattamente: l’ho scoperto qualche settimana fa, curiosando svogliatamente tra la libreria del mio ragazzo. Qual giorno trovai una copia del suo libro: “Narrative of the Life of Frederick Douglas, an American Slave”. Inutile dire che lo lessi tutto d’un fiato.

Il libro è breve, ricco di informazioni, di dettagli non edulcorati e allo stesso tempo talmente vero e intriso di voglia di rivoluzione da non poter suscitare nel lettore niente, se non la voglia di cambiare le cose. Frederick racconta la storia della sua vita: dalla nascita nel Maryland come bambino mulatto, probabilmente figlio di quello che presto imparò a chiamare “Master”, ovvero “Padrone”, alle peripezie che lo portarono ad apprendere, come autodidatta, a leggere e a scrivere, fino alla messa in atto del suo piano di fuga; fuga a cui, come lui spesso sottolinea, cominciò ad aspirare solo dopo aver cominciato a leggere, a ragionare e riflettere, a respirare, dunque, anche se lievemente, la stessa aria dell’uomo bianco: dell’uomo libero.

Si tratta di un libro che tutt* dovrebbero leggere. Non solo per il suo valore letterario, che è indubbio, ma soprattutto perché rappresenta la più diretta e veritiera occasione per ampliare quanto imparato finora sulla schiavitù (che spesso non va molto oltre l’immagine, sul libro di storia, dei corpi di gente di colore ammassati stretti stretti su grandi navi occidentali. L’immagine che, per capirci, sta tra il paragrafo sulla guerra dei sette anni e il capitolo dedicato a Napoleone).

Sono tantissime le informazioni che questo libro mi ha lasciato e le riflessioni a cui mi ha spinta. Dalla pratica che prevedeva che gli “schiavi neonati” venissero separati il prima possibile dalle loro madri, a quella secondo la quale i figli bianchi del Master avrebbero dovuto frustare saltuariamente i loro fratellastri mulatti davanti agli occhi del loro stesso padre, giusto per non correre il rischio che si formasse alcun tipo di vincolo affettivo. Mi ha colpito sentir descrivere la profondità dei legami che venivano a crearsi tra gli schiavi: legami che portavano uno a fare di tutto pur di restare insieme all’altro e legami che, se rotti, rappresentavano la più grande causa di dolore, anche oltre quello procurato dalle abominevoli torture corporali a cui erano sottoposti.
Mi ha lasciato a bocca aperta un intero passo del capitolo II, in cui Douglas descrive i canti che si alzavano di giorno in giorno dai campi, quelli che oggi ci ostiniamo a canticchiare sotto natale, mangiando il pandoro. Egli dice: “Ogni sillaba era una testimonianza contro la schiavitù e una preghiera a Dio, affinché ci liberasse dalle catene. Ascoltare quelle note selvagge ha sempre depresso il mio spirito e mi ha sempre riempito di un’ineffabile tristezza. Ascoltandole mi sono spesso ritrovato in lacrime. […] Mi sono spesso stupito, una volta arrivato al nord, trovando persone che si riferivano a quei canti degli schiavi come a prove della loro contentezza e della loro felicità”.

Potrei andare avanti per intere pagine. Douglas racconta la storia senza interferenze sulla fonte, ci ricorda che gli stessi che mettevano uomini in catene, pregavano poi tre volte al giorno il loro Dio. Denuncia l’ipocrisia dell’uomo e nobilita allo stesso tempo la sua capacità di ingegno, la sua ricerca di felicità, la sua sete di libertà. Leggere questo libro non ci rende solo persone più informate, ma anche cittadini più consapevoli ed esseri umani più grati.

Scrivendo questo articolo ripenso ad Abba e alla marcia Antifascista della scorsa settimana. Penso a quanto assurdo mi sembra il razzismo negli stati uniti e quanto patetico appare il suo presidente che inneggia alla superiorità della “razza bianca”. Penso alla Libia e alla tratta degli esseri umani e penso che non Voglio che la storia si ripeta. Non questo tipo di storia, per lo meno.

Penso che, forse, non sono forte quanto Douglas e penso che di fronte a tutto questo io posso fare ben poco. Poi, però, ritrovo la tenacia che mi serve, ripensando alle sue parole: “Non ci può essere alcuna rivoluzione, non senza lotta”.

Il Capybara Femminista

Sono il Capybara Femminista, ho 23 anni, mi piace l’uvetta e ho una strana ossessione per gli incensi. Mi sentirai citare detti popolari in modo sconclusionato e fuori contesto. A quanto pare i film che preferisco sono quelli che la gente comunemente trova noiosi. Credo nel vero amore, nell’energia dell’universo e nel femminismo intersezionale.

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