Femminismo e Fast Fashion: quando l’ipocrisia diventa moda

Oggi pomeriggio, sfruttando la bella giornata di sole che aspettavo da un po’, mi sono ritrovata, come qualsiasi milanese stereotipato che si rispetti, a sgambettare tra i tornelli della fermata della metro di Piazza del Duomo, ovviamente con la faccia seria, la musica nelle orecchie ad un volume troppo alto per poter sperare di mantenere l’udito ancora per molto e scocciata a causa di quelli che pensano di poter sostare sulla sinistra delle scale mobili a Milano, quando un’immagine mi colpisce tanto da interrompere la mia fretta.

Tutta la stazione era tappezzata di giganteschi manifesti pubblicitari perfetti: rappresentazione di diverse etnie, modelli maschi con bambini quasi a sottintendere il concetto di paternità che indossavano delle bellissime gonne e magliette bianche con la scritta COLORS DON’T HAVE GENDER.

Wow. So che se siete persone interessate a queste tematiche, ora state sognando e pensando “finalmente!” e avete anche ragione. Non se ne può più dei ruoli di genere, così come stava iniziando ad apparire incompleto il messaggio del girl power che vuole le ragazze libere di uscire dalle regole del sesso debole, ma che non proponeva nuovi modelli maschili liberi dal machismo.

Ma ovviamente è sempre tutto troppo bello per essere vero.

Perché? Perché si trattava di Benetton.

E che c’è di male? C’è di male tutto quanto!

Per chi fosse nuovo dell’ambito, Benetton è un’azienda italiana che ha una fortuna immensa nel mondo e contribuisce, insieme a diversi altri nomi, a costituire un’industria della moda nociva per l’ambiente e per le persone. Ora, il mio interesse non è quello di soffermarmi sul singolo caso di Benetton, che comunque ha le sue colpe, quanto di un tipo di scelta di marketing che ultimamente stanno compiendo diversi marchi di fast fashion.

Le avete mai notate, entrando da H&M, le magliette con la scritta GRL PWR o le borse di tela che parlano di riciclo o i crop top con la scritta feminist? Se non vi è mai capitato di vederle, vi invito a entrare in un negozio qualsiasi e a cercarle, ne troverete troppe e non c’è bisogno neanche di scomodare H&M, basta scegliere qualsiasi altro marchio simile.

Apparentemente, questo sembra quasi un aiuto al movimento femminista e alla diffusione della sensibilità per quanto riguarda i temi che gli sono cari, ma, a parte che dell’utilità che avrebbe far diventare il femminismo una moda si potrebbe discutere, questo è un enorme problema perché dietro all’apparente difesa della parità e dell’ambiente, vengono letteralmente nascosti metodi di produzione che sono dannosi dall’inizio alla fine.

Quando si parla di fast fashion, si parla, appunto, di moda veloce: un processo di produzione che non lascia spazio al processo creativo e che quindi si appropria in modo illecito dei prodotti di altri artisti più piccoli, che utilizza materiali che distruggono l’ambiente sia quando vengono prodotti sia quando vengono smaltiti e che, essendo molto veloce, punta ad un ricambio settimanale che contribuisce a creare un quantitativo esagerato di rifiuti. Ma, oltre che per il pianeta, questo tipo di produzione è dannoso per i diritti umani perché le aziende che lo mettono in atto impiegano lavoratori e, soprattutto, lavoratrici in Paesi dove le leggi sul lavoro non le tutelano e dove la condizione delle donne è tale che una lavoratrice donna sia sempre in una condizione di svantaggio sociale che impedisce loro di rivendicare i loro diritti umani. Inutile specificare che nessuno si fa riguardo quando si tratta di sfruttare il lavoro minorile.

E’ evidente, quindi, che questa tendenza dei marchi fast fashion altro non è che un tentativo mal riuscito di coprire le violenze che mettono in atto ed è anche profondamente ipocrita e contraddittoria, ragione per la quale non tollero che Benetton finga interesse nei confronti delle questioni di genere.

E ora, visto il taglio negativo che ho dato all’articolo, voglio concludere con un messaggio positivo che è già di cambiamento: le alternative esistono, condurre una vita sostenibile è possibile e vi assicuro che ci sono già diversi attivisti impegnati in questo senso e, tra questi, ci siamo anche noi!

Voglio, perciò, cogliere l’occasione per invitarvi a partecipare alla campagna #WhoMadeMyClothes? Domani, 24 aprile, indossate i vostri vestiti al contrario in modo da rendere visibile l’etichetta, scattatevi una foto e postatela sui social taggando il marchio in questione è chiedendogli Who Made My Clothes? Vi garantisco che chi lavora nel rispetto di tutto e di tutt* non avrà problemi a rispondervi!

 La Mucca Intellettuale

Sono La Mucca Intellettuale: ho 23 anni, ma ne dimostro 15, ho dei bellissimi occhiali arcobaleno che si appannano in ogni circostanza e sono troppo bassa per essere vera. Sono una studentessa e un’apprendista psicologa: sogno di studiare sessuologia per portare consapevolezza nelle scuole di tutto il mondo e di diventare la nemica numero 1 dei genitori anti-gender. Sono bisessuale e mi piace dire che esisto.

04 comments on “Femminismo e Fast Fashion: quando l’ipocrisia diventa moda

    • tucamingo
      tucamingo , Direct link to comment

      Figurati!
      Se vuoi alcuni spunti, ti consiglio “The true cost”, è un documentario che trovi su Netflix che parla proprio di questi temi.
      Altrimenti su YouTube si trova tantissimo, anche in italiano!

  • Titty , Direct link to comment

    Complimenti per l’articolo! L’ho letto con molto intersse visto che lavoro nel campo della moda come fashion designer ( http://www.tittymonamour.com ). Concordo su come la pensi riguardo la moda “sostenibile”, perchè purtroppo è risaputo che molte aziende sfruttano o inquinano irresponsabilmente, ma per fortuna il green fashion sta iniziando a prendere piede, anche se lentamente. Penso che in tutti i campi sia necessario che ci si prenda cura del proprio pianeta e delle persone che ci vivono, e sono convinta che anche quello della moda debba farlo con forza, per inviare un messaggio chiaro e deciso: si può lavorare bene e in maniera pulita. 🙂

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