Da grande sarò Marsha P. Johnson

Con questo Da grande sarò celebriamo il Black History Month nell’anno del cinquantesimo anniversario del Pride. Per farlo, oggi ci addentriamo nei misteri di una storia fatta di innumerevoli interrogativi lasciati senza risposta dall’indifferenza.

Negli ultimi cinquant’anni, solo in pochi hanno avuto il fegato di combattere affinché venisse a galla la verità sulla vita (e poi sulla morte) di una delle persone più importanti per il movimento LGBT+: ecco perché oggi vi racconto la storia di Marsha P. Johnson.

Per conoscere la vita di questo meraviglioso simbolo della nostra lotta, dobbiamo fare un breve viaggio nel tempo e nello spazio: siamo a Elizabeth, New Jersey, dove il 24 agosto 1945 nasce, con un nome maschile, l* nostr* Marsha.

Marsha cresce in una famiglia afroamericana di periferia, non esattamente benestante, decisamente numerosa e molto credente. In una realtà come questa, potete immaginarlo, le identità LGBT+ difficilmente vengono accettate.

Nonostante ciò, Marsha inizia molto presto a disobbedire alle regole del genere indossando abiti femminili, esponendosi, così, alle molestie e agli abusi di cui sarà vittima negli anni dell’adolescenza.

La svolta arriva dopo il diploma, quando, senza un soldo, decide di trasferirsi a New York.

Lì la sua vita di attivista comincia a prendere forma. Assume il nome con il quale l* conosciamo di Marsha P. Johnson (dove P sta per Pay it no mind-non farci caso- e si riferiva al suo genere, che oggi definiremmo “non binario”). Inizia a esibirsi come Drag Queen, con le sue caratteristiche decorazioni di fiori e frutti tra i capelli e, di lì a poco, diventerà un elemento fondamentale per la lotta per i diritti civili della comunità LGBTQIA+.

L’evento sicuramente più significativo è quello del 28 giugno 1969, quando la resistenza di Marsha, insieme a quella di moltissime altre persone, diede vita ai Moti di Stonewall, giornate di lotta contro le violenze omo-bi-transfobiche della polizia, che hanno avuto luogo proprio nel locale newyorkese Stonewall Inn.

Ma il suo lavoro non si ferma qui.

Dopo aver preso parte, nel 1970, al Christopher Street Liberation Pride (quella che è poi diventata la parata dell’orgoglio con la quale ogni anno ricordiamo Stonewall), Marsha si unisce al Gay Liberation Front e, insieme a Sylvia Rivera, fonda la STAR (Street Transvestite Action Revolutionaries). Con questa organizzazione si impegnano nella lotta per i diritti umani e civili della comunità LGBTQIA+ e, in seguito, a creare un rifugio per ragazz* queer bisognosi di aiuto e di un rifugio.

Per costruire e riuscire a mantenere una casa e una famiglia alla STAR house, Marsha inizia a prostituirsi, esponendosi, in questo modo, agli abusi della polizia, tra i quali si contano più di cento arresti, violenza fisica e colpi di arma da fuoco.

Contemporaneamente, almeno fino alla fine degli anni ’80, Marsha è una delle più importanti figure di riferimento per la lotta contro l’AIDS, in particolare come rappresentante dell’ACT UP (AIDS Coalition to Unleash Power), un’associazione impegnata per la prevenzione e l’abbattimento dello stigma che colpisce le malattie sessualmente trasmissibili e chi ne è affetto.

Il suo impegno, profondo e sempre costante, finisce il 6 luglio 1992, quando il suo corpo viene rinvenuto nelle acque del fiume Hudson.

Ed è qui che iniziano i misteri, le domande senza risposta e la lotta per la verità.

Non sappiamo come siano andate esattamente le cose quella notte allo Stonewall Inn, non possiamo essere certi di cosa sia successo il 6 luglio del ’92 e non avremo mai davvero idea di quanto grande sia stato il contributo di Marsha P. Johnson per la nostra lotta, perché il movimento omosessuale, per decenni, ha cancellato questa persona dalla storia, escludendola dalle proprie battaglie e impedendole di marciare.

L’ha fatto perché non voleva essere rappresentato da una drag queen afroamericana, non binary e che si prostituiva.

L’ha fatto perché non si voleva accettare che chi aveva finalmente alzato la voce per i diritti umani e civili della comunità fosse una persona che soffriva a causa di gravissimi disturbi mentali.

L’ha fatto per non fare i conti con il proprio pregiudizio interiorizzato.

È per questo che racconto la sua storia ed è per questo che voglio esprimere, nei confronti di ogni sua azione e del suo instancabile impegno, tutta la mia più profonda gratitudine.

È per questo che oggi noi abbiamo il dovere di riscattare la sua memoria.

Sono La Mucca Intellettuale: ho 23 anni, ma ne dimostro 15, ho dei bellissimi occhiali arcobaleno che si appannano in ogni circostanza e sono troppo bassa per essere vera. Sono una studentessa e un’apprendista psicologa: sogno di studiare sessuologia per portare consapevolezza nelle scuole di tutto il mondo e di diventare la nemica numero 1 dei genitori anti-gender. Sono bisessuale e mi piace dire che esisto.

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