Appropriazione culturale: Che razza di capelli hai?

Premessa numero uno: mi addentro, prevedendo di avanzare a gomitate, in un argomento oscuro almeno quanto la selva del nostro amico Dante. Di appropriazione culturale, in Italia perlomeno, si parla, infatti, solo per fare polemica, per esprimere disaccordo e ipocrisia, come se la voce di un oppresso (che rappresenti se stesso, o tutta la sua intera cultura, a quanto pare poco importa) non avesse poi tutto questo valore (sounds familiar).

Premessa numero due: a costo di sembrare tentennante, sono convinta sia necessario parlarne anche qui, sul tucamingo. Con questo “tentennante” non voglio dire “W la blackface” ovviamente! Voglio solo condividere con voi la mia condizione attuale: quella di una ragazza che si reputa pronta a prestare l’orecchio per assecondare le percezioni delle minoranze, ma che, purtroppo, vive immersa in una cultura pop che fa dell’appropriazione culturale una moda (vedi: Miley Cyrus, Kylie Jenner, Katy Perry etc) , con la diretta conseguenza di rischiare di non far percepire come sbagliato ciò che invece è profondamente deleterio. Per cui eccoci qui, confus*, incert*, ma perlomeno con la salda e perenne convinzione di non voler passare dalla parte degli “oppressori”. Per cui andiamo per gradi e mettiamo Ordine.

Per prima cosa: “Cosa si intende per ‘appropriazione culturale?’”. Basta andare su qualsiasi dizionario online per avere una delucidazione. << L’appropriazione culturale è l’adozione di elementi di una cultura da parte dei membri di un’altra cultura. È una pratica talvolta dannosa in quanto violazione dei diritti collettivi di proprietà intellettuale della cultura originaria. Si realizza attraverso l’uso di tradizioni, dei cibi, delle mode, dei simboli, della tecnologia, del linguaggio e delle canzoni culturali di altre culture senza il permesso delle stesse. L’appropriazione culturale differisce dall’acculturazione, dall’assimilazione o dal cambiamento culturale in quanto l’appropriazione o l’appropriazione indiretta si riferisce all’adozione di questi elementi culturali secondo un approccio “colonialista”: gli elementi copiati sono quelli di una cultura minoritaria da parte di membri di una cultura dominante. Questi elementi vengono utilizzati al di fuori del loro contesto culturale originario, a volte anche in contrasto con i desideri espressi dai rappresentanti della cultura originaria>>.

Ora. Riprendiamoci da questo mind blown. Andiamo oltre l’epifania Joyciana che state tutt* vivendo in questo momento e  parliamo terra terra.

Le cornrows non sono una moda. Sono appropriazione culturale. Soprattutto in Italia, dove seguiamo bramose i tutorial delle star di Instagram che non hanno fatto altro che scimmiottare un elemento culturale rendendo “fashionable” quello stesso stile che sulle ragazze nere è stato considerato a lungo “sciatto” o “volgare”; star che a loro volta hanno attinto a piene mani dai look di personaggi ancora più in vista che ben si sono guardati dal dare credito delle loro “scelte estetiche” alle minoranze dalle quali avevano largamente preso ispirazione. Il risultato? Celebrità come Kylie Jenner o Kim Kardashian hanno reso iconiche capigliature che nella nostra cultura (quella dominante) associamo a loro e ai loro shoots impeccabili, ma che, nella cultura Afroamericana, la cultura di una comunità che divide la stessa America di quelle celebrities, ma non gli stessi diritti, rappresentano altro: rappresentano tradizione e denuncia, rappresentano comunità e rivalsa nei confronti di un modello di bellezza tutto bianco e tutto imposto.

C’è chi pensa che “rendere mainstream la cultura afroamericana sia il modo migliore per porre fine al razzismo”(time.com). Io penso che di modi ben più concreti per porre fine al razzismo, in una nazione come quella americana in cui di razzismo si muore, ce ne siano a milioni. Cominciando da pratiche per la cittadinanza che assomiglino di più a processi legali piuttosto che a rebus che, una volta risolti, svelano espressamente il messaggio del “qui non ti ci vogliamo”, per finire con leggi che tutelino le minoranze dal cyber bullismo, ad esempio.

Sì, anche i tatuaggi all’henna sono appropriazione culturale. Disegni antichi, che hanno un significato storico e culturale di estrema rilevanza in paesi come l’India, vengono ridotti a “tatuaggi temporanei” privando disegni tanto belli del proprio significato profondo; il quale, forse, supera per bellezza persino i disegni stessi. I decori in henna simboleggiano, infatti, la forza e l’amore che la sposa dimostrerà nel corso della vita matrimoniale.

Per la stessa logica del “sto rendendo una moda qualcosa che se manifestato dagli esponenti della cultura di appartenenza sarebbe percepito come sbagliato” e del “sto svuotando di significato una pratica culturale”, sono in molti casi appropriazione culturale anche i dreadlocks, che nel Rastafarianesimo esprimono purezza e lontanza da “Babilonia”, ad esempio. È appropriazione culturale disegnarsi il bindi con superficialità, dimenticando che nella cultura Induista viene a simboleggiare l’universo e il terzo chakra. È appropriazione culturale vestirsi da “pellerossa” ad Halloween, sono appropriazione culturale i “baby hair” se unti e acconciati nei riccioli tipici della donne afroamericanese, così come lo sono i video musicali di alcuni artisti ( vedi Coldplay o Iggy Azalea) che incentivano rappresentazioni stereotipiche di intere culture.

Ora, veniamo a noi. Questo articolo non voleva scatenare il panico, anzi. In un panorama in cui mi rendo conto quanto possa sembrare difficile capire come comportarsi, spero di aver fatto un minimo di chiarezza.

PS: se ad Halloween vedete qualcuno vestito da: “messicano”, “geisha”, “cinesina” etc etc, sentitevi autorizzati a tirargli/le un coppino. O fatele/gli leggere questo articolo.

Il Capybara Femminista

Il Capybara Femminista 

Sono il Capybara Femminista, ho 23 anni, mi piace l’uvetta e ho una strana ossessione per gli incensi. Mi sentirai citare detti popolari in modo sconclusionato e fuori contesto. A quanto pare i film che preferisco sono quelli che la gente comunemente trova noiosi. Credo nel vero amore, nell’energia dell’universo e nel femminismo intersezionale.

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