Tucomingout #21 Che genere di problema?

Ogni volta che assisto a una conversazione su che cosa sia il genere e sento qualcuno salire in cattedra per spiegare che le differenze fra uomo e donna sono intrinseche nella loro natura, iniziano a fumarmi le orecchie. Ho deciso che è ora di fare chiarezza in questo marasma fatto di uomini, donne, paura di tutto ciò che sta nel mezzo, asterischi e  ombrelli vari.

Pronti per lo spiegone? Tre, due, uno, via!

Il genere è un costrutto sociale composto da un insieme di norme sociali e caratteristiche che sono considerati proprie di una certa categoria di persone. Nelle culture occidentali, tradizionalmente si distinguono due generi: quello maschile e quello femminile. Al genere femminile sono attribuite caratteristiche come eleganza, grazia, dolcezza, sensibilità (che infatti vengono comunemente definite “femminili”), mentre le caratteristiche del genere maschile appartengono al dominio della forza fisica, della resistenza, delle emozioni controllate, misurate e centellinate.

Cosa succede quando nasce un* nuov* cucciol* di essere umano? Si sbircia in mezzo alle gambine di questo miracolo in miniatura, una creatura troppo fragile per essere vera, e le viene assegnato un genere a seconda dei genitali presenti. Al* bambin* con un pene viene attribuito il genere maschile, mentre al* bambin* con la vagina si attribuisce il genere femminile. Ci sono situazioni in cui la creatura non ha dei genitali chiaramente “maschili” o “femminili” ma questa è tutta un’altra storia.

Prima di continuare, deve essere ben chiara la distinzione fra i genitali di un individuo, che appartengono alla sua sfera biologica, e l’insieme di comportamenti che definiscono il suo carattere, che invece riguardano la sfera sociale. È importante sottolineare che i genitali non determinano per loro natura la dimensione sociale di una persona. Vi chiedo quindi lo sforzo di separare i due mondi e di non confondere i cromosomi XX e XY con il genere femminile e maschile.

Torniamo al fagottino che ha appena visto la luce e fingiamo che abbia una vagina. Cosa possiamo affermare di quest* bebè? La cosa più naturale che ci viene da fare è dire che è una femminuccia.

È proprio in questo piccolo gesto che si compie quella che potrebbe essere percepita come una grande violenza, perché abbiamo fatto corrispondere automaticamente al sesso del* bambin* il genere femminile. Di conseguenza, dal fatto che i suoi cromosomi sono di tipo XX discende un’infinità di aspettative sulla vita di questa creatura.

Potremmo già intuire quali giocattoli le verranno comprati, di che colore saranno le sue prime tutine, e spingendoci un po’ più in là con gli anni possiamo anche immaginare che tipo di educazione le verrà impartita, quali lati del suo carattere verranno esaltati e quali taciuti.

L’assegnazione del genere alla nascita avviene con regolarità e ci siamo abituati ad associare un genere al sesso pensando che essi siano strettamente interconnessi, ma non c’è niente di più falso. Il pensiero eteronormato ha polarizzato la visione del genere, creando una divisione netta fra mascolinità e femminilità, descritte come situazioni ben distinte e poste alle antipodi. Chiamiamo questa concezione binarismo di genere. Il genere binario non è un prodotto della natura e neanche l’unico possibile: ci sono culture in cui esistono tre generi (maschile, femminile e neutro), altre che ne distinguono addirittura cinque.

Qual è il problema con l’attribuzione di un genere? La risposta sta nelle situazioni in cui la persona, una volta cresciuta, si rende conto che il genere assegnato non riesce a interpretare al meglio quella che sente essere la sua natura.

Uno dei casi più comuni è la disforia di genere, cioè una situazione che si verifica quando una persona non si riconosce nel genere assegnato alla nascita, ma in quello opposto. Una persona con disforia di genere è detta transgender.

La situazione di disagio sociale che affligge una persona transgender affonda le radici nel momento in cui qualcuno ha deciso arbitrariamente la sua appartenenza a uno dei due generi, imponendole un rigido sistema di comportamenti per il solo fatto di possedere una certa varietà di genitali.

Infatti, il genere maschile e quello femminile sono definiti l’uno come opposto dell’altro. Un uomo deve sempre mostrarsi con compostezza, esternare il meno possibile le proprie emozioni, reagire a muso duro alle difficoltà della vita. Una donna deve essere amorevole e caritatevole, dolce e servizievole, umile e devota. Eppure, lo sanno anche i polli, esistono gli uomini emotivi così come esistono le donne forti e coraggiose, a dimostrare che il genere non potrà mai racchiudere l’immensa varietà di emozioni proprie di ciascun essere umano.

Il fatto che i ruoli di genere siano così poco flessibili è già di per sé un problema enorme, ma se pensiamo che il genere te lo accollano subito dopo il primo vagito senza che tu possa aver espresso una preferenza è ancora peggio.

La condizione trans* è ben più complessa della scelta del set di comportamenti da adottare. Tuttavia, la pressione da subire nel caso una persona adottasse un comportamento “non conforme” al genere assegnatole è senza dubbio un elemento di sofferenza.

Abbiamo iniziato ad esplorare il concetto di genere e delle sue implicazioni, mettendone in luce le problematiche principali. Ma che cosa succede quando una persona non solo non si riconosce nel genere assegnato alla nascita, ma addirittura non si trova a suo agio nella distinzione binaria del genere?

Approfondiremo queste situazioni nel prossimo Tucomingout, eccezionalmente fissato per settimana prossima!

La Pecorina Smarrita

Ovino ventenne con una passione smodata per la lettura e la scrittura. Non perdo occasione di lanciare una polemica, sono incredibilmente fastidioso e petulante: insomma, un vero spasso. Ho una passione malsana per i giochi di parole col mio nome e un accento cagliaritano tremendamente sexy.

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