Tucamingout #22 Unic* nel loro genere

La scorsa settimana abbiamo iniziato a inoltrarci in una critica del genere, un costrutto sociale che non ha alcun tipo di legame con la situazione biologica di un individuo. Abbiamo parlato dell’attribuzione del genere alla nascita, accennato al transgenderismo ed esplorato la concezione binaria del genere: mascolinità e femminilità, contrapposti e complementari.

Capisco che l’ultimo articolo fosse meno piacevole di una martellata sulle gonadi, però erano premesse necessarie per arrivare alla parte divertente: quella in cui facciamo saltare in aria la rigidità dei ruoli di genere tradizionali e ci troviamo di fronte a una immensa varietà di identità diverse e singolari.

Ci sono alcune persone che, infatti, sentono la visione del genere come due elementi complementari assai limitante e ci stanno dentro abbastanza strett*. Si è quindi giunti a una evoluzione nel modo di concepire il genere, in cui sparisce la linea netta di demarcazione fra maschi e femmine, e compare una quantità non numerabile di nuove identità di genere definite non binarie.

L’idea è semplice e per spiegarla utilizzerò un esempio cromatico servendomi di una attribuzione dei colori tremendamente stereotipata, ma evocativa. Immaginate una banda orizzontale divisa in due nel senso verticale, con la parte sinistra colorata di blu (per il genere maschile) e quella a destra colorata di rosa (per il genere femminile). Questo è il binarismo di genere. Ora pensate di prendere un pennello e di sfumare il punto in cui il blu e il rosa si incontrano, per creare nuove tonalità di colore. Abbiamo creato uno spettro di colori in cui ciascuno di quelli presenti fra le due tonalità estreme è un colore nuovo, che non è più né blu né rosa, ma è entrambi in diverse proporzioni.

Le identità di genere non binarie sono paragonabili a quelle tinte. Infatti, esse contengono al loro interno degli elementi che appartengono al genere femminile, e delle caratteristiche proprie di quello maschile. È importante dire che ho cercato di risvegliare in voi l’estro pittorico per rendere più intuitivo il passaggio da una visione binaria alla concezione del genere come spettro, ma le identità di genere non binarie non sono solamente combinazioni di elementi del genere maschile e femminile. Anzi, assumono validità proprio in quanto slegate alla logica che vuole uomini e donne mutualmente esclusivi e si affermano come identità alternative al genere binario.

Le possibilità non si esauriscono qua. Ci sono persone che non solo hanno una visione non binaria del genere, ma si riconoscono in identità ancora diverse, come se non fossero sufficienti solo il rosa e il blu (e in effetti non bastano affatto), ma comparissero il giallo canarino, il rosso passione, il verde acqua. Il discorso si estende non solo alla varietà del genere, ma anche alla sua intensità: per farla semplice, due persone possono sentirsi entrambe donne, ma una può percepire il suo genere molto forte, e l’altra più blando.

Le possibilità sono innumerevoli: finalmente abbiamo capito che ci sono persone che non sperimentano il genere come un elemento statico, ma come entità in continua evoluzione nel tempo. Per questo si parla anche di fluidità di genere e le persone genderfluid sono coloro che possono sentirsi appartenenti al genere femminile, quello maschile, un genere neutro o qualsiasi altra identità non binaria a seconda del momento.

Alcune persone preferiscono definirsi genderqueer, per sottolineare il fatto che il loro genere è indipendente dalla dialettica maschio-femmina, cert* altr* considerano il termine genderqueer come “termine ombrello”, ovvero come contenitore universale di tutte le identità non binarie. Altr* ancora preferiscono termini più specifici, come per esempio demigender, bigender, two-spirited. La regola principe in questi casi è ascoltare le persone quando parlano di sé stesse e rispettarle. D’altronde, solo loro possono sapere quali termini sono adatti alla loro condizione.

Inoltre, si deve prestare particolare attenzione ai pronomi adottati: la questione della linguistica di genere è troppo vasta per essere affrontata in questo momento, ma è importante osservare che l’utilizzo dei pronomi sbagliati può essere fonte di grande disagio per la persona che non si riconosce in quel genere. La prima volta è molto probabile sbagliare (assumiamo il genere delle persone di continuo – dovremmo smettere di farlo, ma è un altro paio di maniche), però una volta che la persona ci indica quale pronome preferisce, dobbiamo stare attent*.

Una persona può avere una espressione di genere (comportamenti, modo di vestire, di parlare, attività svolte…) che sembrano stridere con la sua identità di genere (il modo in cui una persona percepisce sé stessa). Bisogna ricordare che il genere non è visibile dall’esterno: ciò che vediamo di una persona è la sua espressione di genere.
Assumiamo il genere in base all’aspetto esteriore di una persona, a volte prendendo delle cantonate epocali. Si può essere non binari nonostante l’espressione di genere incontri una certa idea di femminilità o mascolinità. Non è necessario essere androgini o intersex per avere un’identità di genere non binaria: anche l* panettier*, l* bibliotecari* e l* vicin* di casa potrebbero avere un’identità di genere non binaria e il fatto che noi non ce ne siamo mai accort* non delegittima la loro identità.

Concludo questa rassegna non esauriente con il ricordare che esistono anche le persone che non si riconoscono in alcun genere, trascendendo quindi l’idea stessa del genere e dell’imposizione sociale di aver bisogno di un costrutto ad hoc che inscatolasse i nostri comportamenti. Chiamiamo queste persone agender.

Un ultimo spunto di riflessione. Le identità di genere non binarie sono sempre esistite ma non hanno mai avuto visibilità e riconoscimento dalla società. La situazione non è cambiata: anche chi ormai si è abituato alle unioni civili e alle donne in posizioni di potere ancora non digerisce l’esistenza di identità che sfuggono alle classiche categorizzazioni. Anzi, le percepiscono come minacciose e pericolose, quando invece accogliere la propria identità significa valorizzare le peculiarità che ci rendono unic* e indistinguibil*. Non capisco il clima di intimidazione e intolleranza che circonda le persone non binarie, ma soprattutto non capisco come ci si possa arrogare il diritto di determinare e limitare la vita altrui in nome della conservazione di un ordine prestabilito. Ma prestabilito da chi?

La Pecorina Smarrita

Ovino ventenne con una passione smodata per la lettura e la scrittura. Non perdo occasione di lanciare una polemica, sono incredibilmente fastidioso e petulante: insomma, un vero spasso. Ho una passione malsana per i giochi di parole col mio nome e un accento cagliaritano tremendamente sexy.

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