Storia dell’aborto

Orzo, gramigna, ginepro. Piombo, tanaceto e cicuta. Le donne hanno imparato molto presto nella storia a coltivare, sfruttare e utilizzare i metodi abortivi più disparati, spinte molto spesso da condizioni economiche precarie o, più semplicemente, dalla volontà di esercitare una forma di controllo sui loro stessi corpi. 

Basta sfogliare “Storia del corpo femminile” di Edward Shorter o leggere “Storia della contraccezione” di Carlo Flamigni per farsi rapidamente un’idea della vastità e della diffusione dei rimedi abortivi in tutti i paesi, in tutte le epoche e periodi storici. 

Tra i metodi meno invasivi ritroviamo infusi ed estratti:  millefoglie, vaniglia selvatica e gramigna erano molto diffuse in territorio europeo. Più ad oriente troviamo succo d’ananas, succo di pisello, e tè con foglie di rosmarino. 

Sempre tra le risorse erboristiche spicca il più dannoso, ma molto noto, Juniperus Sabina, il ginepro, per capirci, noto già alle donne Greche e Romane, spesso provocava bruciori della bocca, diarrea, vomito o persino perforazioni intestinali. Era  coltivato anche nelle campagne della Svezia e in Francia, quasi sempre piantato da una donna, e il suo effetto era ben noto anche in Austria, dove nell’Ottocento venne bandito dai parchi pubblici per ragioni di decoro. 

Dalle bacche coltivate in ogni giardino o appezzamento privato, passiamo ai veleni. I più gettonati erano l’arsenico, troppo spesso letale anche per la donna, e l’olio di tanaceto, diffuso negli Stati Uniti fino alla metà del secolo scorso.  

Arriviamo al 1855, quando, tra l’ipocrisia generale, due medici francesi misero a punto un rimedio utilizzato dalle donne fin dall’Antica Grecia. L’olio di prezzemolo diventò un prodotto conosciuto come Apiol, venduto sotto banco da farmacisti nervosi, prodotto da industrie in rapida crescita, acquistato da donne di tutte le età e da fidanzati o mariti che lo compravano da rivenditori di riviste pornografiche. Ufficialmente l’Apiol veniva prodotto come farmaco per stimolare le mestruazioni in caso di amenorrea, ma tutti conoscevano molto bene il suo effetto abortivo. 

Se rimedi erboristici e tisane emmenagoghe non funzionavano, le donne ricorrevano a strumenti di vario tipo da inserire in vagina per rompere il sacco amniotico. Ferri da maglia, grucce e pompette erano metodi molto diffusi. 

Agli inizi del XIX secolo, i medici perfezionarono un catetere cavo in cui posizionare un fil di ferro appuntito. Infilato il catetere nella cervice, si spingeva il fil di ferro nell’utero per provocare le doglie ed espellere il feto. 

Non c‘è bisogno di dire che pratiche del genere, con l’inserimento di oggetti nell’utero, presuppongono conoscenze anatomiche che poche persone possedevano. Vagine mutilate, emorragie e infezioni venivano spesso riscontrate dal medico quando ormai era troppo tardi per intervenire. 

In Italia, l’interruzione volontaria di gravidanza venne legalizzata il 22 maggio del 1978. Le donne italiane dovrebbero ormai sentirsi libere, a più di 40 anni da quell’evento storico, di esercitare un controllo sui loro corpi e sulla loro maternità. L’amara verità, però, è che molte di noi ancora oggi si vedono obbligate a ricorrere ai cruenti metodi che abbiamo appena descritto, quando non possono permettersi un viaggio in Svizzera o un’operazione in una clinica privata. 

Sì, perché con picchi di obiettori di coscienza che in alcune regioni arrivano al 90 per cento,  e che, in media nazionale, oscillano intorno al 70 per cento, l’aborto legale, sicuro, gratuito e accessibile rimane per molte ancora un miraggio. 

Le nostre madri e le nostre nonne, le nostre sorelle, hanno combattuto perché noi non dovessimo trovarci un catetere e un fil di ferro tra le mani, ma viviamo ancora in una società ipocrita che non ha a cuore le donne, ma ha a cuore l’integrità morale di dottori e specialisti.

Specialisti che intraprendono un certo tipo di carriera per loro stessa volontà, nella piena consapevolezza di ciò che questo comporta. Specialisti che poi si fanno venire scrupoli nel mettere in pratica quanto queste professioni richiedono e che, casualmente, questi scrupoli se li fanno venire solo nelle strutture pubbliche, quando non possono chiedere compensi da urlo per i loro servizi così immorali.

E se noi in italia possiamo perlomeno crogiolarci in questo alone di ipocrisia, ripetendo a noi stesse di avere il diritto ad un aborto legale, tante nostre sorelle nel mondo ancora lottano, scappano, muoiono, per sottrarre allo stato patriarcale il controllo sui loro stessi corpi. 

La strada verso un aborto sicuro, gratuito ed accessibile è ancora lunga e dobbiamo averne piena consapevolezza, specialmente in questo periodo storico, dove odio e sessismo ci riportano indietro con la mente.

Orzo, gramigna, ginepro. Piombo, tanaceto e cicuta.

Sono il Capybara Femminista, ho 23 anni, mi piace l’uvetta e ho una strana ossessione per gli incensi. Mi sentirai citare detti popolari in modo sconclusionato e fuori contesto. A quanto pare i film che preferisco sono quelli che la gente comunemente trova noiosi. Credo nel vero amore, nell’energia dell’universo e nel femminismo intersezionale.

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