Sono stata adottata e non mi dispiace

“Sono stata adottata”. Quante volte nella mia vita ho pronunciato questa frase.

E quante volte mi sono sentita rispondere: “Mi dispiace”.

Quando ero piccola chiedevo agli adulti intorno a me:“Perché ad alcune persone dispiace (che io sia adottata)?”

Ma non ho mai avuto una risposta, ho sempre ricevuto una soluzione che, invece di risolvere questo mio problema, mi spezzava il cuore:“Quando ti chiedono da chi hai preso i capelli rossi o gli occhi azzurri, inventa! Dì che hai preso i capelli rossi dal nonno e gli occhi azzurri dalla nonna!”

 Ammetto di aver provato un paio di volte a mentire: il mio interlocutore ci ha anche creduto. Però io mi sono sentita ferita, come se avessi tradito una parte di me; mentre le domande nella mia testa erano sempre le medesime: perché dispiace che io non sia più sola? Perché dispiace che io adesso abbia una famiglia che mi vuole bene ed alla quale io voglio bene?

In fondo, non è colpa di quelle persone se mi hanno ferita, siamo tutt* il prodotto della società in cui viviamo: è tradizione che una mamma ed un papà fanno un figlio od una figlia naturalmente, biologicamente. Dunque, è chiaro che sia molto strano alle nostre orecchie sentire che una coppia (etero od omosessuale) abbia adottato: quel bambino o quella bambina non ha lo stesso sangue dei suoi genitori.

Pare che le famiglie adottive” siano inferiori, di serie B, alle cosiddette famiglie tradizionali”.

Forse è per questo che all’anagrafe i bambini e le bambine sono divis* in Registro A e Registro B? Il Registro A è, chiaramente, per i bambini e le bambine nat* tradizionalmente, mentre il Registro B è per le bambine ed i bambini adottat*.

Io sono nel Registro B, e quando l’ho sentito per la prima volta mi sono chiesta: figli di serie A e figli di serie B? Ha forse qualcosa a che fare con “Mi dispiace”?

O forse sono io che penso sempre male, sempre in negativo.

Magari quel “Mi dispiace” è perché queste persone si rammaricano davvero, che io abbia subito un trauma: essere separata dalla “mia vera madre”, con il rischio di non riuscire a scegliermi una figura materna su cui riversare il mio amore infantile possessivo della Fase Orale Freudiana.

Anche se non credo, in tutta onestà, che le persone che mi hanno dato quella risposta abbiano studiato un minimo di Pedagogia. In realtà, non penso neanche che sappiano quanto sia importante la figura materna, che può essere una donna come un uomo.

Ma comunque, in fondo, siamo frutto della nostra società…

Facciamo un altro esempio: io, secondo alcune persone con cui ho parlato quando andavo alle elementari, ho una “vera madre” ed una “madre finta”. La “mia vera madre”è naturalmente quella biologica, mentre la “mia madre finta”è quella adottiva.

Forse è stato questo il vero trauma della mia vita: immaginatevi una piccoletta alta un metro e venti, con  capelli rossi e la frangetta, che ascoltava ed imparava questa distinzione.

Ecco solo alcune ulteriori domande che mi sono posta:

Chi è davvero mia madre? Chi ti mette al mondo, o chi ti cresce? Sono più importanti i legami di sangue o i legami affettivi? E’ giusto che io sia qui?

Mi sentivo come nella posizione di scegliere una delle due madri che ho, scegliere tra due parti di me, sapendo che mi sarei fatta del male qualsiasi cosa io avessi scelto.

Dopo tanto tempo e tanta fatica, però, sono consapevole di essere la donna che sono oggi e che diventerò, perché ho subito un trauma nei miei primi mesi di vita (a sette mesi io ero già in Italia da un pezzo, per intenderci).

So che può sembrare assurdo, ma sono qui proprio grazie a mio “padre biologico”, che ha messo lo sperma; a mia “madre biologica”, che ha scelto di portare avanti la gravidanza (ma avrebbe potuto benissimo abortire) e di avermi dato la speranza di un futuro migliore; a mia “madre adottiva”ed a mio “padre adottivo”, che hanno reso possibile e realtà questo futuro migliore.

Voglio rispondere alle domande della piccola-me:

  • non esiste una “vera madre”,
  • ho due madri e due padri e non c’è nulla di male,
  • i legami affettivi non sono meno importanti dei legami di sangue, i legami di sangue non sono inferiori a quelli affettivi,
  • è giusto che io sia qui, perché altrove non sarei la stessa persona.

Per concludere, mi sono vergognata tante volte di dire ad alta voce di essere stata adottata, per paura di sentire quel “Mi dispiace”, che mi ha distrutta troppe volte.

Ho avuto paura di sentirmi chiedere “Ma vuoi ritrovare la tua vera madre?”, perché rispondere avrebbe voluto dire non accettare ed escludere mia madre adottiva.

Solo qualche anno fa dissi: “io non dovrei essere qui”, perché soffrivo molto, mi sentivo inferiore anche soltanto per non sapere da chi avessi preso il naso, gli occhi, i capelli rossi, la miopia, l’astigmatismo o il metabolismo per cui potrei mangiarmi una vagonata di pasta senza ingrassare nemmeno di un grammo.

Ora voglio chiedere a quelle persone che mi hanno detto quei “Mi dispiace”: perché io non meriterei di essere qui? Perché dovrei essere altrove?

Giulia Emily Nadezhda

 

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