Rana Plaza: quando ciò che indossi conta e chi lo produce no

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Aaah…Aprile è finalmente arrivato. Con lui la pasqua, l’illusione della primavera, le pulizie di fino e, a breve, l’anniversario del disastro di Rana Plaza.

Il 24 Aprile 2013, per chi non lo sapesse, Rana Plaza, un edificio commerciale di otto piani crollò a Savar, in Bangladesh, trascinando giù tra le sue macerie anche le vite di 1129 vittime. Si trattava di 1129 lavoratori impiegati nel campo tessile, a cui vanno a sommarsi 2515 feriti miracolosamente estratti ancora in vita dal palazzo.

Ci sono svariati elementi da tenere in considerazione quando si parla di “Rana Plaza”. Non si tratta solo del più grande incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile mai documentato, né si può parlare di questa questione unicamente come del più letale cedimento strutturale nella storia moderna.

Ciò che più colpisce di Rana Plaza è che i dipendenti delle fabbriche tessili furono gli unici a non essere stati sfollati dall’edificio. Ciò che colpisce è che i vestiti che producevano quei lavoratori, con salari di 38 dollari al mese, non venivano immessi sul mercato locale, ma riempivano gli scaffali delle più floride catene di vestiario occidentali. Ciò che colpisce, è che i proprietari delle fabbriche tessili che intimarono i dipendenti di presentarsi sul posto di lavoro, nonostante lo stato di allarme annunciato in seguito alle profonde crepe emerse nell’edificio, rispondevano direttamente a quei grandi brand fin troppo noti a noi del “Primo Mondo”.

Rana Plaza ha cambiato la storia, non solo di quei centinaia di morti e delle loro famiglie, ma anche quella del mercato globale, dell’etica del consumatore, della produzione consapevole. Con Rana Plaza il termine “Fast Fashion” (termine che descrive un tipo di vestiario caratterizzato da tempi di produzione molto brevi- permessi da ritmi di lavoro estenuanti – venduto a prezzi altamente competitivi -garantiti dall’impiego di materie prime di scarsa qualità, il cui smaltimento risulta altamente inquinante) è passato sulle labbra di migliaia di persone, stanche di appartenere a una società che si nutre di lucro, che del colonialismo ha cambiato solo il nome, ma ha mantenuto le pratiche di sfruttamento intensivo delle risorse, che ci fa cullare nel nostro privilegio. Una società che ci riempie la testa di pubblicità che ci insegnano che ciò che indossiamo conta, ma chi lo ha prodotto no, non vale niente.

In vista della ricorrenza del 24 Aprile, noi del Tucamingo abbiamo deciso di dedicare l’intero mese al mercato etico, ai diritti umani e alla salvaguardia dell’ambiente. Sarà un mese intenso in cui verranno pubblicati articoli ricchi di informazioni, con l’obiettivo di far maturare nelle nostre Tucamingirls e nei nostri Tucaminguys una maggiore consapevolezza. Vi proporremo interviste e spunti per fare la differenza, nel vostro piccolo, con la coscienza di non poterci permettere di fare altrimenti.

Viviamo in un mondo che a breve non saremo più in grado di chiamare “casa”. Abbiamo dato il via ad un processo di decadimento i cui sintomi sono molteplici. Abbiamo l’obbligo morale di aprire gli occhi e cambiare le cose, a vantaggio nostro, del nostro ecosistema e di chi a causa del nostro stile di vita vive nella violazione dei più basilari diritti umani.
Innescare un meccanismo inverso dovrà essere l’imperativo categorico di ciascuno di noi, senza aleternative, da qui in avanti.

Il Capybara Femminista 

Sono il Capybara Femminista, ho 23 anni, mi piace l’uvetta e ho una strana ossessione per gli incensi. Mi sentirai citare detti popolari in modo sconclusionato e fuori contesto. A quanto pare i film che preferisco sono quelli che la gente comunemente trova noiosi. Credo nel vero amore, nell’energia dell’universo e nel femminismo intersezionale.

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