Prendersi per mano: storia di un disturbo alimentare

ATTENZIONE: Questo articolo contiene riferimenti espliciti a disordini alimentari. Per favore continua a leggere solo se questi temi non sono un trigger dannoso per il tuo equilibrio mentale ed emotivo.

 

Sono sovrappeso e sempre lo sono stata.
Sono sovrappeso, in realtà, da quando gli insulti dei bulli mi fecero capire di esserlo.

Sono sovrappeso e lo sono diventata, sempre di più, cercando di uniformarmi all’immagine che qualcuno voleva vedere di me. Mangiavo e ingrassavo, ingrassavo e volevo sparire, mi confortavo con il cibo e avevo solo 9 anni.

Mangiare diventa un atto politico in una società che monitora ciò che ti metti in bocca con fare accusatorio. Una società che si apposta, si cela dietro ogni angolo, ogni parente, ogni amica, ogni pubblicità e rivista che definiscono la linea di confine tra “bene” e “male”. La linea di confine tra una salute tonica e superficiale e una malattia fatta di curve e bis di pasta al forno.

Per cui mangiare non rimane un atto naturale, ma si sublima e diventa artificiale. Non mangi per nutrirti, mangi per tanti motivi che sembrano così sbagliati e così complessi, da farti desiderare di smettere di farlo.

E infatti mangiavo e crescevo e poi smisi di mangiare. Contavo i passi e flettevo i muscoli mentre ero sdraiata nel letto. Mangiavo e calcolavo nella mia testa le calorie: 13kcal un’albicocca, 260 quelle di 100 grammi di pane, 56 per un cucchiaino di olio.

Perdevo peso e la gente intorno a me ne sembrava entusiasta! “Brava! Come stai bene!” Mi sentivo dire, quando non ero mai stata così male. Mi guardavo allo specchio e mi vedevo orribile, la mia immagine riempiva il riflesso, ed io mi riempivo di disprezzo.

Nei giorni peggiori guardarmi era un pericolo, un trigger che non potevo sopportare e in soccorso arrivavano degli enormi pezzi di cartone, che incollavo con attenzione su ogni superficie riflettente.

Mangiavo e mi controllavo e chi non riusciva a farlo ammirava la mia determinazione. Non mangiavo e cercavo approvazione nello sguardo oggettivante di persone sbagliate, di uomini sbagliati.

Ingrassavo e accusavo la mia debolezza, non dimagrivo e accusavo il cibo che avrebbe dovuto nutrirmi, perdevo peso e mi accusavo per non averne perso abbastanza.

Sul mio cellulare conservavo le foto delle ragazze a cui volevo assomigliare. Ragazze minute e gracili, che sfioravano forse i 40 chili. Ragazze con il famigerato thigh gap, che potevano avvolgersi la vita con un braccio e che potevano farsi piccole fino a sparire. Ragazze che non erano per me un buon modello a cui aspirare.

La rivoluzione arrivò con lentezza, un passo alla volta e un boccone alla volta.

Passò da un nuovo stile alimentare, basato sul nutrimento di piante e ortaggi che sentivo di amare, perché fatti di amore, senza crudeltà.

Passò per il femminismo che mi aiutò a smantellare falsi miti e preconcetti, doveri e limiti che qualcuno aveva imposto al mio corpo e a cui io mi ero così tenacemente ancorata.

Passò dai piccoli gesti: fare a meno di un televisore, di una bilancia, fare a meno di un conta passi e di alcune “amicizie”.

Passò per l’intuizione che più mi fece vibrare il cuore: se avessi imparato ad ascoltare il mio corpo e a trattarlo come avrei trattato il più caro dei miei nipotini, avrei compreso i suoi bisogni e lavorato sui miei limiti con l’amore negli occhi e non il disprezzo nel cuore.

Il cambiamento fu lento, ma nel giro di tre anni la pace che provo nell’essere me stessa è gioia pura e continua soddisfazione. Ho pregi e difetti che trascendono il mio corpo fisico. Ho una tenacia travolgente che non può e non deve trovare soddisfazione nel tenermi lontana dal cibo. Ho una passione per tutto ciò che è amore e sorellanza e cambiamento e non posso che essere la più preziosa sorella di me stessa.

Mi guardo allo specchio e questo si riempie dei miei valori e dei miei sogni, ma il più delle volte si riempie solo di un’immagine. Ho desublimato il mio corpo, ho smesso di cercarci qualcosa con gli occhi, ho smesso di indagare con lo sguardo i suoi più piccoli dettagli e ho cominciato ad ascoltarlo con il cuore.

La mia è una storia a lieto fine, perché ho davvero cominciato ad amare me stessa all’età di 20 anni. Tante donne che conosco hanno il doppio o persino il triplo dei miei anni e ancora non hanno imparato a riservarsi amore e rispetto. Non le biasimo e non le condanno. Mi rendo conto, quando condivido la mia storia, di essere un’eccezione, perché fregarsene di smagliature e capelli bianchi non è di certo la regola.

Siamo convinte che solo raggiungendo un ideale estetico potremo davvero sentirci bene con noi stesse. Solo quando vedremo di avere un culo a mandolino avremo il permesso di amarci e solo quando non sgarreremmo l’ennesima dieta saremo degne di essere amate.

Ma vi svelo un segreto. Proprio nel mio periodo più nero, proprio in quel disastroso anno in cui coprivo gli specchi con il cartone, avevo raggiunto il mio “peso forma”. Una coincidenza ironica e macabra che contribuì a farmi aprire gli occhi.

La verità è che ci sarà sempre una nuova dieta proposta dall’ultimo dei dottori sul ciglio di essere bandito dall’ordine dei medici che ci prometterà di fare miracoli.

Ci sarà sempre un’amica insoddisfatta del proprio aspetto che cercherà di farci provare lo stesso odio per il nostro corpo.

Ci saranno sempre persone ignoranti e superficiali che si sentiranno autorizzate a giudicare dall’alto di non so quale piedistallo. Ma ci sarai sempre anche TU, in questo TUO corpo. E “sempre” è un tempo molto lungo da trascorrere volendo fuggire da se stesse. Meglio prendersi per mano. Si sta molto meglio prendendosi per mano.

Sono il Capybara Femminista, ho 23 anni, mi piace l’uvetta e ho una strana ossessione per gli incensi. Mi sentirai citare detti popolari in modo sconclusionato e fuori contesto. A quanto pare i film che preferisco sono quelli che la gente comunemente trova noiosi. Credo nel vero amore, nell’energia dell’universo e nel femminismo intersezionale.

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