Perché la moda etica non mi vuole?

Aprile è un mese speciale.La primavera inizia a sbocciare tra i fiori degli alberi nei parchi e nei viali, la luna piena annuncia purificazione e rinascita e insieme si festeggia la Liberazione che, quasi fosse stato destino, è arrivata ormai 74 anni fa, proprio in questo mese meraviglioso.

Ma c’è un’altra data, proprio alla fine di aprile, che tra un corteo e una foto col glicine su Instagram, ha la funzione di risvegliare la nostra memoria e le nostre coscienze: il 24 aprile, anniversario del crollo di Rana Plaza.

Ogni anno, in questo giorno, soprattutto sui social c’è un gran fermento.

#WhoMadeMyClothes è l’hashtag più utilizzato e @fashionrevolution è l’account più presente nelle Ig stories di ogni millennial che si rispetti. Compaiono post arrabbiati che condannano la fast fashion e liste di “tot modi in cui puoi fare la tua parte”. Ed è proprio qui che si inseriscono, in modo mai visibile né dichiarato, tutti i problemi legati al mondo della moda etica ed è proprio di questo che oggi voglio discutere con voi.

Da circa due anni, sto cercando il mio posto nel mondo del consumo consapevole, impegnandomi quotidianamente per imparare e comprendere quali sono e come si strutturano i meccanismi sbagliati che si sono intrecciati per costruire un mondo che pone le sue fondamenta sulla distruzione e sullo sfruttamento. Ma il mio rifiuto verso questa realtà ha origini molto più antiche, perciò quando parlo di etica mi riferisco ad un enorme cambiamento di sistema e non posso far altro che denunciare tutti quei fragili tentativi di “sostenibilità” che, anziché metterlo in crisi, ci sguazzano.

Sì, sto per parlare di “brand sostenibili” e sto per arrabbiarmi.

Iniziamo.

Se abbiamo sentito parlare di moda etica, probabilmente abbiamo sentito questa espressione per la prima volta su Instagram. Da chi? Da ragazze come noi che si preoccupano del pianeta e delle persone, da influencer che sfruttano la propria visibilità per parlare di temi importanti, da altre che invece senza prodotto in omaggio da “aziende sostenibili” neanche avrebbero imparato a scrivere #FashionRevolution.

Ma soprattutto ci saremo sicuramente imbattute in centinaia di profili che propongono alternative e soluzioni per sfuggire alla fast fashion. E dopo l’ennesimo refuse-reuse-reduce-recycle(che rimane comunque la prima regola di vita) ci rendiamo conto che, al netto di tutto, abbiamo bisogno di vestiti e li vogliamo che rispettino i nostri standard etici.

A questo punto le opzioni sono due. O si compra usato oppure si cercano marchi sostenibili. Se si ricade nel secondo caso, questo è il momento in cui iniziano i problemi.

Quando siamo riuscite a farci strada tra il greenwashinge le bugie di troppi siti, magari grazie all’aiuto di qualche video su Youtube o di qualche profilo Instagram, finalmente troviamo qualcuno che lavora come piace a noi e iniziamo a spulciare le sue collezioni.

Ecco cosa succede a questo punto se una 46 con una quinta di reggiseno, che è anche una studentessa squattrinata, incontra la moda etica.

Come prima cosa, aspettiamoci di cadere in un loop infinito che ci lancia da un paio di slip super basic bianchi in cotone organico (più brutti dei miei voti in chimica al liceo) a un wannabe reggiseno composto di triangolini di pizzo trasparente con grazioso ricamo a tentare di coprire un microcapezzolo, tenuti insieme da un timidissimo pezzo di spago audacemente definito “spalline”.

Ah, cercavi un reggiseno che reggesse? Come dici? Dei Pampers sarebbero più carini dei nostri slip biologici a soli 65 euro anziché 80? Ma abbiamo un sacco di certificazioni! #FashRev!

E così, con un po’ di male di vivere, torniamo in quel negozio di intimo Made in Bangladesh. Con la morte nel cuore e notevoli sensi di colpa, anche se non è colpa nostra.

Ma noi siamo forti e ci crediamo e non ci lasciamo abbattere da un piccolo fallimento: abbiamo ancora tutto il nostro bellissimo outfit da creare!

E qui arrivano le brutte notizie.

Sei grassa.

Sei sempre troppo grassa, troppo povera e della forma sbagliata per poterti vestire in modo etico.

Sì, può essere che le generalizzazioni siano sbagliate.

Può essere che il sistema di produzione sia più complesso e che stia giudicando senza conoscere tutti i retroscena.

Può essere pure che stia esasperando la mia descrizione.

Ma quello che i siti di “brand sostenibili” mi comunicano è che io sono inadeguata perché ho i fianchi larghi e le tette grandi.

Quello che le influencer taglia 38 e con stipendio fisso mi dicono, quando affermano che la loro amica artigiana che produce solo in bambù fa “degli abiti stupendi”, è che io non merito di essere vestita, perché quelle casacche informi mi stanno male e mi fanno sentire peggio. E mi costano quanto i libri per tre esami universitari.

Quello che sento quando leggo i racconti di bellissimi nuovi progetti nati chissà dove per sostenere comunità oppresse, è che si considera l’etica della produzione e del consumo come una moda. Una nuova tendenza portata avanti da chi ha i soldi per pulirsi la coscienza sulle spalle di chi non li ha, mentre continua ad alimentare quello stesso sistema oppressivo che sostiene di combattere.

Non solo. Pensare che l’etica di un prodotto inizia e finisca con il processo creativo e produttivo, è una visione totalmente miope.

Un prodotto è etico se quei processi di creazione e produzione sono inseriti in un sistema economico e sociale virtuoso e aiutano a crearlo. Perché sia davvero sostenibile, deve poter essere comprato anche da chi non è benestante, altrimenti stiamo solo opprimendo altri poveri.

Infine, ma non meno importante, deve essere inclusivo.

Aspetto con ansia la prossima collezione etica e sostenibile.

Magari mi fate vedere anche come sta una taglia 52.

O pensavate davvero che la rappresentazione passasse solo per una modella nera taglia S?

Sono La Mucca Intellettuale: ho 23 anni, ma ne dimostro 15, ho dei bellissimi occhiali arcobaleno che si appannano in ogni circostanza e sono troppo bassa per essere vera. Sono una studentessa e un’apprendista psicologa: sogno di studiare sessuologia per portare consapevolezza nelle scuole di tutto il mondo e di diventare la nemica numero 1 dei genitori anti-gender. Sono bisessuale e mi piace dire che esisto.

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