Latte e biscotti con Gaia

Gaia ha 18 anni, un delizioso accento piemontese e un’esperienza di anoressia alle spalle.

Ci siamo conosciute come, da un po’ di tempo a questa parte, conosco un po’ tutte le persone che mi lasciano qualcosa di importante: facendo rete, condividendo esperienze e ritrovandosi nelle parole del* altr*.

Da un articolo del Tucamingo è nata questa intervista. L’abbiamo costruita insieme: ci sono poche domande, ma tutto l’inestimabile valore della condivisione di un’esperienza così intima e allo stesso tempo così capace di parlare a tutt*.

 

1. Per prima cosa ti chiedo di presentarti.

Ciao, mi chiamo Gaia. Piacere!

“Piacere, mi chiamo Gaia” è una delle frasi che ho detto più spesso in ospedale. Ogni volta che arrivava un ragazzo o una ragazza nuova ero solita andare, stringere la mano e presentarmi, un po’ come dire “tu qui non sei sol*”.

Ho 18 anni e frequento l’ultimo anno di liceo scientifico, opzione scienze applicate.

Vengo dal nord Italia, dove d’inverno fa molto freddo, e adoro questa cosa.

Al tempo stesso mi piace molto leggere, scrivere, montare video e cucinare.

Prima di ammalarmi giocavo a pallavolo a livello agonistico, mi piaceva moltissimo ed ero anche brava!

Sono appassionata di tè e una delle cose che mi caratterizza è la mia fantastica erre moscia!

2. Ti va di raccontarci la tua esperienza coi disturbi alimentari?

Mi sono ammalata di anoressia nervosa a marzo del 2018.

È iniziato tutto un po’ per caso. La mia intenzione non era quella di perdere peso, io volevo scomparire. Pensavo che non mangiando avrei potuto tenere sotto controllo tutti gli aspetti della mia vita, come se il controllo sul cibo si potesse trasformare in un controllo su ogni cosa: le emozioni, i voti a scuola, le relazioni con le altre persone e con la famiglia. Entra in gioco un meccanismo che ti fa pensare che, controllando una cosa così importante come il cibo, nulla possa sfuggire dalle tue mani. È un pensiero molto grande che ti ingabbia, perché nel momento in cui entri in questo circolo vizioso uscirne è molto difficile.

Ho iniziato lentamente a mangiare sempre meno, fino a quando, ad agosto, è successa una cosa che ha fatto degenerare la malattia e nel giro di un mese ho perso tantissimo peso.

A metà settembre la situazione si era aggravata tanto che sono stata ricoverata in un reparto dedicato alla cura dei disturbi alimentari in regime h24. Per due mesi ho vissuto là e questo mi ha salvato la vita.

Posso dire che il ricovero è stato l’esperienza-cardine di quello che ho vissuto in termini di disturbi alimentari, perché in un reparto del genere si vive costantemente a contatto con la malattia e ci si rende conto del punto in cui si è arrivati. Realizzi che non ti alzavi più dal letto e che non avevi più le forze di fare niente. Soprattutto ti rendi conto di quante cose stai perdendo perché ti viene improvvisamente voglia di andare a scuola, di uscire con gli amici… Invece quando ero a casa non uscivo più e pensavo che quella fosse la mia normalità; il ricovero mi ha portata a dirmi “Gaia, stai perdendo la tua vita”. Dopo due settimane, infatti, ho pregato i miei di farmi dimettere, ma per fortuna loro hanno avuto la forza di imporsi per farmi restare e penso che se non l’avessero fatto non sarei qui a parlarne così apertamente.

Parlando della mia esperienza, quindi, io sono stata e sono, affetta da anoressia nervosa e quello che ho vissuto è essenzialmente questo: un privarsi del cibo come modo per privarsi della vita, per autodistruggersi. Perdere peso ti fa acquisire un senso di onnipotenza, quando in realtà di potenza non ne hai neanche un po’, perché arrivi a un punto in cui non hai più la forza di fare assolutamente nulla.

Adesso non posso dire di essere guarita, ma qualcosa si è mosso.

So bene che serve aumentare di peso per stare meglio, ho consapevolezza di come è cambiato il mio corpo nell’ultimo anno e cerco di prenderci confidenza, dicendomi che questo è ciò che è giusto.

Per quanto riguarda, invece, i disturbi alimentari più in generale, una cosa molto importante è la dispercezione. Una persona affetta da disturbi alimentari vede il suo corpo in modo diverso da ciò che realmente è: si sente sbagliata, e questo può influire su tutti gli aspetti della vita. Pensavo di essere antipatica a tutti e di fare schifo sotto ogni aspetto.

3. Quando abbiamo parlato della tua storia per la prima volta hai detto che intorno ai disturbi alimentari c’è molta disinformazione. Cosa pensi che manchi alla comunicazione attuale su questo tema? Come la miglioreresti?

Credo ci sia molta disinformazione soprattutto perché è un argomento tabù. È difficile parlarne con le persone ed è come se ci fosse un velo tra noi e l’altro.

Noto che c’è una grande paura a fare domande. Di solito quando qualcuno torna da un ricovero gli vengono fatte domande su come è andata, su come si è trovato. Quando io sono tornata dall’ospedale nessuno mi ha chiesto niente, nessuno ne ha mai parlato, come se avessero tutti paura di farlo. A me non fa paura parlarne, credo che non ci sia nulla di male. L’anoressia è qualcosa che mi appartiene e negarla sarebbe semplicemente negare una parte di me stessa e che senso avrebbe?

Credo che molte persone pensino che dietro a un disturbo alimentare ci sia soltanto la voglia di essere magri, mentre questo è solo la punta dell’iceberg, ma sotto c’è un mondo.

Penso che anche nelle scuole bisognerebbe fare sensibilizzazione: è qualcosa che tocca tutti ed è giusto che tutti sappiano come affrontarlo. Forse, se i miei genitori fossero stati più informati, anche per loro sarebbe stato più semplice e magari sarebbero intervenuti ancora prima.

4. Quali sono stati gli elementi che ti hanno aiutato a intraprendere e portare fino alla fine il tuo percorso di guarigione?

Io non credo che il mio percorso di guarigione sia finito, credo ci sia ancora molto lavoro da fare. Io sono affetta da una forma di depressione abbastanza significativa e su quella devo ancora lavorare molto.

Penso, però, come se fosse un tunnel buio, di vedere una lucina in fondo al tunnel. Ogni tanto si spegne un pochino, però mi capita spesso di vederla e di vedere una fine e una via d’uscita a cui posso arrivare. Questo un anno fa non mi succedeva: gli altri mi dicevano che un giorno sarei stata meglio, ma io faticavo molto a crederci.

Per quanto riguarda cosa mi ha portata a intraprendere questo percorso ancora in divenire, è stato innanzitutto aver conosciuto una persona, ricoverata con me, che mi ha aiutato veramente tanto. In particolar modo mi ha fatto capire che c’era qualcuno con cui potevo essere me stessa e forse è stata la prima persona a cui ho mostrato la Gaia vera, quella che l’anoressia aveva coperto, perché tendevo a indossare una maschera, ad essere come gli altri volevano. Con lei ho trovato la possibilità, che avevo perso, di avere 17 anni. Su un letto d’ospedale ci siamo messe a ridere, a piangere, ci siamo abbracciate, mi ha fatto capire la vita vera nel poco tempo che siamo state insieme. Quindi lei è sicuramente stata un elemento portante, fondamentale per la mia guarigione.

Poi sicuramente in ospedale sono stata un po’ costretta: per poter uscire, dovevo mangiare. Non avrei potuto essere dimessa se non avessi ripreso un po’ di peso e se non avessi ricominciato a mangiare come una persona normale.

E poi avevo fame. Fame di vita, di amore, di avere 17 anni. Non ce la facevo veramente più. Ero arrivata a un punto in cui o mollavo o ci provavo.

Un giorno un’infermiera mi ha detto “Gaia, non hai più niente da perdere” e in effetti avevo perso così tanto che potevo solo guadagnare.

Non nego che all’inizio dopo le mie dimissioni sia stato molto difficile e ci sono periodi in cui è ancora più difficile di prima. Magari per un mese sto bene e il mese dopo è tutto un casino, quindi sono convinta che sia un processo molto lungo, però il punto è proprio questo: hai già perso tutto, non puoi più perdere niente. Ogni volta che ho magari una ricaduta mi dico che non voglio perdere quello che sono riuscita ad ottenere.

Inoltre, dopo tanto tempo passato a privarmi del cibo, la fame era diventata fame fisica. Ho iniziato a placarla e a dimostrarmi piano piano che potevo vivere anche mangiando

5. Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

Una cosa importante che ho imparato in questo percorso e che mi ha aiutata molto riguarda l’importanza e la bellezza del nostro corpo.

Io vedo il mio corpo come un mezzo che ho di esprimermi. Potrebbe essere così, potrei avere la carnagione più chiara o estremamente più scura, potrei avere gli occhi verdi, potrei avere i capelli mossi, potrei avere altre mille cose, ma il mio corpo oggettivamente non serve a nulla se non per essere, per esistere.

Quindi che senso ha martoriarlo, distruggerlo, se lui è solo un mezzo che hai di vivere? Un mezzo cha hai di essere te?

 

Voglio ringraziare ancora una volta Gaia per questa preziosa condivisione, per essersi aperta con noi dando il proprio contributo alla battaglia contro lo stigma che circonda le malattie mentali e chi le vive e invitare tutta la Tucamingo Family a una riflessione su questi temi condita da una pioggia di amore e supporto!

Sono La Mucca Intellettuale: ho 23 anni, ma ne dimostro 15, ho dei bellissimi occhiali arcobaleno che si appannano in ogni circostanza e sono troppo bassa per essere vera. Sono una studentessa e un’apprendista psicologa: sogno di studiare sessuologia per portare consapevolezza nelle scuole di tutto il mondo e di diventare la nemica numero 1 dei genitori anti-gender. Sono bisessuale e mi piace dire che esisto.

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