L’antispecismo spiegato da una non-vegana

Ispirata dalla mobilitazione per il clima che ha invaso il pianeta lo scorso venerdì, oggi, da non-vegana, mi prendo la briga di parlarvi di antispecismo.

Non essendo io una nutrizionista né esperta di alcun genere, riprendo la buona vecchia pratica e parto da me.

Anzitutto, specifico che ho usato la definizione di non-vegana anziché quella di onnivora o vegetariana semplicemente perché trovo che questi termini non riescano a spiegare al meglio a che punto del mio percorso mi trovo e quali sono le riflessioni che affronto prima di prendere una qualsiasi decisione in merito a ciò che consumo. “Onnivora” avrebbe fatto riferimento esclusivamente alle scelte alimentari e l’avrei trovato riduttivo, perché i derivati animali non ce li troviamo solo nel piatto (qualcuno ha detto scarpe etiche in pelle?); d’altra parte, però, non posso neanche considerarmi vegetariana, e sicuramente nemmeno vegana, vista la mia ancora molto presente incapacità di resistere davanti a un piatto di lasagne che mi accoglie quando torno a casa (based on a true story risalente all’altro giorno).

Nonostante ciò, sento il bisogno di esprimermi sul tema dell’antispecismo perché da quando ho abbracciato la causa del femminismo intersezionale e mi sono posta l’obiettivo di una vita sostenibile, si è rivelato quasi del tutto naturale mettere in crisi anche le mie abitudini alimentari e, più in generale, il mio approccio nei confronti della Terra e di chi la popola.

Cosa si fa in questi casi?

Le opzioni sono due: o si cercano disperatamente argomentazioni a sostegno della tesi per cui “ok l’ambiente, ma il mio hamburger non c’entrah, siete voi che non capiteh, siete estremistih” per non mettersi in discussione, oppure si sceglie di aprire il cuore e la mente all’incontro con gli altri e all’informazione, avendo il coraggio di riconoscere e comprendere i propri errori.

Così, superato il periodo in cui facevo commenti come “non può esistere una brioche vegana, se vuoi fare il vegano non ti mangi le brioches”, sono arrivata a chiacchiere di ore con persone che mi hanno spiegato il valore di una scelta alimentare come quella vegana, che, credeteci o no, va ben oltre il tentativo di impedirvi di mangiare l’agnello al pranzo di Pasqua. E, tra una cena supersonica e una grigliata, sono finita a produrmi il latte vegetale in casa (con pessimi risultati, ma questa è un’altra storia).

Cosa è successo nel frattempo? Direi che sono cresciuta e maturata e che ho imparato più di quanto potessi immaginare.

Per prima cosa, ho scoperto che la produzione di carne (soprattutto quella rossa) è strettamente connessa al consumo di acqua e suolo e all’emissione di gas inquinanti (vi consiglio l’articolo del Capybara Perché sono Vegetariana? per capire di cosa parlo). Questo, più di tutto, mi ha dato la motivazione necessaria per scegliere di intraprendere questa battaglia: volevo essere sostenibile a 360°, quindi ero pronta a una dieta vegetale.

La seconda piacevole realizzazione fu quella sui derivati animali che non sono destinati al consumo alimentare: se non posso cambiare del tutto la mia dieta, posso almeno fare scelte vegane in altri ambiti della mia vita. Ho iniziato, quindi, a informarmi sui diversi tessuti di origine vegetale, ho comprato due paia di scarpe da ginnastica completamente vegane (solo una volta distrutte quelle vecchie) e ho cominciato a leggere gli ingredienti sui prodotti cosmetici.

L’ultimo passo che ho fatto verso questo cambiamento è stato forse quello meno pratico, ma più importante per me: ho iniziato a comprendere lo strettissimo legame che intercorre tra le battaglie del femminismo intersezionale e quelle antispeciste.

Sono fermamente convinta che lottare per tutt* e per proteggere la Terra significhi includere davvero tutte le specie animali e che farlo sia un bellissimo modo per opporsi alle più terribili forme di violenza economica e ambientale. Riconosco solo adesso il valore di un contatto sempre più diretto con la Pachamama, che considero una donna al cui fianco vale la pena di combattere.

In conclusione, vorrei invitarvi a una lettura critica non solo del mio articolo, ma di tutta la realtà.

Ho avuto, in questi anni, conversazioni illuminanti riguardo alle diete vegetali, sia con chi le sosteneva con tanta forza quanta dolcezza, sia con chi mi ha spiegato con consapevolezza e lucidità perché non ha intenzione di intraprendere questo percorso e tutto questo mi ha portato a crescere e riflettere sul mio e sul nostro comportamento.

Come tutto ciò che riguarda la messa in discussione di un sistema, considero quella alimentare e dei consumi in generale, una scelta personale e politica allo stesso tempo: non tutt* siamo obbligati a prendere le stesse decisioni, ma tutt* siamo chiamati a trovare la nostra dimensione in uno stile di vita che metta in crisi ogni struttura che si basi sull’oppressione, anche quella specista.

Sono La Mucca Intellettuale: ho 23 anni, ma ne dimostro 15, ho dei bellissimi occhiali arcobaleno che si appannano in ogni circostanza e sono troppo bassa per essere vera. Sono una studentessa e un’apprendista psicologa: sogno di studiare sessuologia per portare consapevolezza nelle scuole di tutto il mondo e di diventare la nemica numero 1 dei genitori anti-gender. Sono bisessuale e mi piace dire che esisto.

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