La crisi mondiale dell’acqua

Siamo cresciuti con la presunzione di pensare all’acqua come ad una risorsa illimitata e disponibile. Apriamo il rubinetto e ce l’abbiamo a disposizione, scorre senza volersi fermare fino a che non ci ricordiamo di ruotare nuovamente la manopola.

Siamo cresciuti sentendo parlare della Terra come del pianeta blu, siamo cresciuti con le mamme che ci raccomandavano di berne almeno due litri al giorno, siamo cresciuti studiando le falde acquifere sul libro di geografia, o di scienze, nel capitolo subito prima a quello dedicato alla crosta terrestre e alle eruzioni vulcaniche.

Eppure ora sentiamo parlare di crisi mondiale dell’acqua.

Sarà un complotto? Sarà una fake news o l’ultima trovata del partito dei buonisti? Sarà una bufala o sarà magari che fare i conti con i propri eccessi è sempre un processo doloroso, che viene procrastinato anche dai Grandi del Mondo, fino a che una città non sprofonda nel suolo a causa delle falde acquifere prosciugate? (vedi Città Del Messico).

Senza sfociare negli allarmismi, questo articolo vuole essere scomodo, vi avverto. Non voglio indorare la pillola a nessuno, ci pensiamo già da noi ogni qual volta possiamo sottrarci dal confronto con la dura realtà.

Per cui, facciamo un bel respiro profondo e partiamo dal principio.

L’acqua non è una risorsa illimitata e palesemente c’è bisogno di ribadirlo, visto che ci divertiamo ad utilizzare l’allagamento dei campi come sistema di irrigazione ( impiegato nel 95% dei terreni agricoli) e ci dilettiamo nelle coltivazioni intensive in alcune delle zone più desertiche del pianeta (come Arizona o Sud Africa, per non parlare dell’entroterra cinese).

Dell’acqua che ricopre il Nostro Pianeta, infatti, il 97% compone mari e oceani. Il 2% è invece ghiacciata, ancora chissà per quanto tempo, agli estremi del globo, mentre solo l’1% rappresenta l’acqua potabile.

Detto ciò, dobbiamo parlare di distribuzione.

Non è un segreto: alcune aree del nostro pianeta hanno una maggiore disposizione d’acqua, ma forse non abbiamo mai trovato dati che quantificassero la differenza di portata. Il Kuwait è una delle terre con minore accesso all’acqua. Si parla di 10 metri cubi di acqua pro capite. Il Canada, è il Paese con la maggiore presenza di H2O: ne ha 10.000 volte tanta.

Ma non è finita qui. La maggior parte della già poca e mal distribuita acqua dolce non è contenuta in laghi e fiumi, bensì nelle falde acquifere: i bacini sotterranei riempitisi nel corso di milioni di anni, che si ri-riempiranno nel corso di altrettanti milioni di anni e che noi stiamo minacciando di esaurire dall’ultimo boom economico del secolo scorso.

Città del Messico prevede di dimezzare la portata delle proprie falde acquifere nel giro di trent’anni. E si tratta di una città che prima dell’invasione coloniale sorgeva nel mezzo di canali e fiumi, tanto da essere citata nelle fonti dell’epoca come una visione paradisiaca.

Città del Messico ora è lì, che affonda nel suolo di circa 23 cm all’anno, su una terra sempre più asciutta, sotto gli occhi di una popolazione, quella mondiale, che preferisce trattare le proprie riserve d’acqua come pingui dispense, che preferisce voltarsi dall’altra parte e far finta di niente.

Continuando a far finta di niente, per il 2040 la maggior parte del pianeta non avrà a disposizione abbastanza acqua. Stiamo parlando di città come Pechino, Istanbul, Londra e San Paolo. Stiamo parlando anche dell’Italia.

Consumiamo il bene più prezioso che abbiamo a disposizione così, distrattamente, dimenticandoci che per l’acqua non c’è sostituto.

Ne utilizziamo circa 4 litri al giorno solo per lavarci le mani.
11 litri scendono nello sciacquone ogni volta che tiriamo lo scarico.
74 litri vengono impiegati per concederci un boccale di birra.
130  sono i litri necessari per poterci portare alle labbra una tazzina di caffè.
2500  sono quelli che un’industria tessile fuori controllo si accaparra per farci indossare l’ultima superflua T-shirt acquistata in saldo per pochi euro.

Ma nulla richiede più acqua della produzione di carne.

Il principale mangime distribuito al bestiame è un’erba chiamata Alfa Alfa. un chilo di questo germoglio richiede 540 litri di acqua.

Un esemplare di bovino destinato al macello mangia 12 chili di questo vegetale al giorno. Quando addentiamo un hamburger di 113 grammi, diciamo addio a 1650 litri di acqua.

E ciò che più mi fa impazzire, è che probabilmente quell’hamburger l’abbiamo anche acquistato per un ottimo prezzo, compreso di bibita e contorno, perché il nostro bene più prezioso non ha valore di mercato. L’acqua non si paga.

Tutto ciò non lo dico per creare il panico, ma perché si trovi una buona ragione per mettere fine a uno stile di vita che ci hanno dipinto come “gratuito”, ma che ci sta chiedendo di pagare un conto che non possiamo permetterci di saldare.
Siamo ancora in tempo e possiamo fare molto, tutti, sempre.

Un esempio lampante ci è stato fornito da Cape Town e della sua popolazione civile che ha ribaltato le proprie sorti drammatiche.

Nel 2017, Cape Town era stata avvertita, il mondo aveva gli occhi puntati su questa metropoli del Sud Africa e tutti i telegiornali parlavano di Day Zero: la città sarebbe rimasta senza acqua. 4 milioni di persone senza acqua corrente nelle proprie case avrebbero dovuto fare la fila quotidianamente per ricevere la propria dose, quella minima garantita dall’ONU.

I cittadini hanno cominciato a trattare le loro risorse  con più consapevolezza e la data prevista per la fine delle scorte d’acqua della città, garantita inizialmente per il 18 Marzo 2018, venne posticipata prima di un paio di mesi, poi fino a Luglio.

All’inizio del 2018, i consumi d’acqua registrati a Cape Town erano meno della metà rispetto a quelli dell’anno precedente.

I cittadini di Cape Town sono stati straordinari, ma anche molto fortunati. Dopo mesi di siccità, finalmente, piovve. E questo, insieme ai loro sforzi, scongiurò l’arrivo del Day Zero  che attualmente è stato rimandato a tempo indeterminato.

Non ci sono scorciatoie o mezzi termini, insomma. Il trucco è riconoscere il valore dell’acqua prima che non ce ne sia più.

NB: Per avere accesso alle fonti e ad approfondimenti, potete fare riferimento al documentario che ha ispirato questo articolo, “La crisi mondiale dell’acqua” prodotto da Frank Matt per la docu-serie Netflix “In poche parole”

Sono il Capybara Femminista, ho 23 anni, mi piace l’uvetta e ho una strana ossessione per gli incensi. Mi sentirai citare detti popolari in modo sconclusionato e fuori contesto. A quanto pare i film che preferisco sono quelli che la gente comunemente trova noiosi. Credo nel vero amore, nell’energia dell’universo e nel femminismo intersezionale.

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