Eva contro Eva

O delle donne che odiano le donne.

Uno dei più grandi ostacoli alla riuscita della liberazione delle donne che il femminismo vuole attuare è rappresentato dall’ingombrante presenza delle donne nel mondo, che si fa sempre più significativa, fino a trasformarsi in un buon motivo per gettare la spugna e pensare che, se questa è la risposta delle donne a un movimento che le vuole rendere esseri umani, tanto vale tornare in cucina o non uscirne affatto.

Sul serio, se non fosse per le donne, il femminismo avrebbe già stravinto ogni sua battaglia, ma c’è questo scoglio insuperabile e non si riesce ad andare avanti!

Mi si spezza il cuore a pensare una cosa del genere, ma non posso mentirmi, purtroppo, è la verità.

Quindi che si fa?

Si decide che aveva ragione il patriarcato a relegarci a ad una vita insignificante perché insignificanti siamo noi? Si scelgono le donne da liberare: da una parte le bigotte, dall’altra le rivoluzionarie? Oppure si fa uno sforzo collettivo, si analizza per bene ogni situazione e si capisce cosa ci spinga a dividerci in sante e puttane, scagliare le puttane contro le sante e le sante contro le puttane, le cis contro le trans, le bianche contro le nere, le madri contro le figlie, le amiche contro le amiche?

Io ho scelto l’opzione più difficile, mi sono messa a ragionare.

E devo ringraziare un suprematista bianco per avermi dato gli elementi da cui partire.

Qualche giorno fa, ho avuto un’estenuante scambio di battute con un uomo bianco, cisgender, etero, italiano, sulla cinquantina, preoccupatissimo per il figlio maschio, bianco, cisgender, etero, italiano, prossimo alla paubertà perché, testuali parole “tra una ventina di anni, sarà una minoranza”.

Scusa, in che senso?

Secondo la sua tesi, di questo passo, se non apriamo il fuoco contro il nemico, ne saremo invasi. Il nemico in questione era, per lui, rappresentato da “quei ciulacammelli degli islamici, che, quando noi avevamo gli acquedotti dei Romani, loro stavano ancora inc*lando cammelli nel deserto”. Disgustata, ho cercato di spiegargli perché tutte queste parole erano sbagliate, ma alla fine mi sono resa conto del fatto che non lo avrebbe mai capito.

Un’altra vicenda, diversa, ma ugualmente triste, mi ha fatto riflettere. Mi sono imbattuta un articolo che parlava della decisione di eliminare il sessismo dalla pubblicità, di combattere la quotidiana rappresentazione sessualizzata e svilente delle donne in questo ambito, presa da un paio di cittadine tedesche di cui non saprò mai pronunciare il nome. Tutta soddisfatta, vado a leggere i commenti: “che problemi”, “esagerato”, “siete voi che vi inventate ste cagate che non esistono”, oltre ai soliti squallidi individui pronti a difendere a spada tratta l’unico diritto che il patriarcato è sempre pronto a concedere alle donne, la libertà di farsi oggetto sessuale.

Cosa hanno in comune questi due aneddoti, a parte il disgusto che hanno suscitato in me e, immagino, anche in voi che ora mi state leggendo?

Sono entrambi perfetti esempi di quanto una cultura che ci avvolge a tuttotondo, dentro alla quale siamo da sempre e costantemente immers*, diventa la nostra normalità e non può più essere decodificata, analizzata, compresa ed interpretata per ciò che è. Nel nostro caso, e qui torniamo alle donne di cui vi accennavo prima, si tratta di una cultura fortemente discriminatoria, che pone le sue fondamenta nel sessismo.

Ecco spiegato perché le donne sembrano essere più una zavorra che un aiuto per la liberazione delle donne stesse.

Veniamo cresciute ed educate alla disparità, nel rispetto di rigidi ruoli di genere che si traducono in incontestabili ruoli di potere, che ci vogliono sottomesse ad un maschile estremamente fragile, prima vergini e poi madri, prigioniere o puttane. E noi lo interiorizziamo e lo insegniamo ai nostri figli, formando futuri uomini fragili e violenti, e lo insegniamo alle nostre figlie, formando future donne tanto spaventate dalle regole, da non essere in grado di riconoscere cosa sia lecito e cosa no in questa poltiglia di minchiate e che, quindi, finiscono per attaccare le altre, quelle dovrebbero chiamare sorelle, ma chiamano troie, biasimandole per comportamenti che loro stesse mettono in atto.

Perché la verità è che non ci hanno davvero divise in “Donne di serie A” e “Donne di serie B”, la verità è che ci hanno imposto regole contraddittorie che ci rendono sempre sbagliate. Così se ti copri sei una bigotta, se ti scopri sei una puttana; se sei vergine sei frigida, se fai sesso, sei una puttana; se resti a casa sei una fallita; se fai carriera sei una stronza senza cuore; se fai sport sei un “uomo mancato”, se non lo fai sei un’obesa malsana; se curi il tuo aspetto sei una troia che se la mena, se non lo fai sei trasandata e fai schifo…

Potrei andare avanti a vita a dimostrare come non esistono quelle Vere Donne® a cui fanno gli auguri quando arriva l’8 marzo, ma il mio e il vostro tempo sono preziosi e non ho intenzione di sprecarli ulteriormente in queste stronzate.

Piuttosto, ci tengo a ricordarvi che, quando la cultura è composta esclusivamente da queste regole, il semplice essere una donna è un enorme atto di rivoluzione, in qualsiasi modo decidiate di esserlo.

Ascoltate le vostre sorelle spaventate dalla rivoluzione, cercate di comprenderle e di portarle verso la liberazione con i loro modi e i loro tempi, sarà dura, ma ne varrà la pena!

Keep fighting the good fight!

La Mucca Intellettuale

Sono La Mucca Intellettuale: ho 23 anni, ma ne dimostro 15, ho dei bellissimi occhiali arcobaleno che si appannano in ogni circostanza e sono troppo bassa per essere vera. Sono una studentessa e un’apprendista psicologa: sogno di studiare sessuologia per portare consapevolezza nelle scuole di tutto il mondo e di diventare la nemica numero 1 dei genitori anti-gender. Sono bisessuale e mi piace dire che esisto.

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