Da grande sarò Sylvia Rivera

Eravamo stufe e stanche. Io e le altre abbiamo pensato che era giunto il nostro momento di fare qualcosa per liberarci. Quella notte è stata la dimostrazione che ne avevamo abbastanza. Fino a quel momento la comunità gay aveva paura di essere scoperta. La cosa più bella di quella sera fu vedere la rabbia sulle facce delle persone picchiate che avevano il sangue sul viso e sul corpo e non scappavano: tornavano indietro. Continuavamo a tornare indietro perché non ci fregava niente di essere ammazzate, perché sapevamo che dovevamo lottare per quello in cui credevamo. Quella notte non avevamo paura di morire perché sapevamo che quella era la nostra notte. Vedere la bellezza della mia gente libera il giorno dopo la rivolta di Stonewall ha significato tantissimo per me.

Nell’ultimo mese abbiamo sentito riportare queste parole nelle piazze di tutta Italia per ricordare che, se oggi marciamo nei Pride delle nostre città, lo dobbiamo alla rivoluzione che ebbe inizio a Stonewall.

Sono le parole con cui Sylvia Rivera ricordò quella notte, il moto di ribellione che si faceva sempre più potente in una ragazza trans non ancora maggiorenne e la consapevolezza di essersi presa la responsabilità di cambiare per sempre le sorti della comunità queer e del mondo.

Ed è per questo che le ho scelte per presentarvi la compagna di lotta di Marsha P. Johnson.

La storia di Sylvia Rivera rappresenta al meglio il senso di esclusione, rifiuto e alienazione tipico di chi in una società etero e cis normata ci sta strett*.

È una storia che inizia a New York, da un padre che l’abbandona e da una madre suicida.

Una storia che parla di rifiuto da parte della famiglia, una storia che ci racconta di una ragazzina che a undici anni si ritrova senzatetto -cacciata di casa perché transgender- e ad affrontare la povertà, la solitudine e il razzismo dovuto alle sue origini ispaniche.

Non stupisce che sia stata lei, dalla strada, dai locali ghettizzati in cui la comunità omosessuale e trans era costretta a nascondersi, a dare il via alla rivolta che ci salvò la vita.

La ribellione contro la polizia della quale si fece portavoce con i suoi tacchi e la sua bottiglia, comunque, non fu l’unico contributo che diede per il riscatto della nostra comunità.

In particolare, a causa dell’esclusione operata dagli attivisti gay che avevano iniziato a prendere le redini del movimento, nel 1970 si distaccò dal neonato Gay Liberation Front per entrare a far parte, insieme ad altre importanti personalità, della Gay Activist Alliance.

Nello stesso anno, dal lavoro di lotta e militanza politica con la GAA, nacque, grazie alla collaborazione con Marsha P. Johnson, la STAR.

La Street Transvestite Action Revoluctionaries diventò presto un punto di riferimento per la comunità queer di New York e, in particolar modo, per tutt* que* ragazz* giovani che si ritrovavano senza una casa, un futuro o una possibilità, esattamente come era successo a Sylvia quando era bambina.

Ma mentre Sylvia e Marsha adottavano una dopo l’altra le persone che si presentavano alla STAR a chiedere aiuto, il movimento di liberazione gay risultava ogni giorno più esclusivo rispetto ad alcuni gruppi e di alcune categorie, iniziando, così presto, a perdere quel fondamentale moto di ribellione proprio di tutti i soggetti queer, che aveva guidato la rivolta di Stonewall.

Questo portò Sylvia ad allontanarsi dall’attivismo e a decidere di guidare le “marce illegali” (così venivano definite le manifestazioni di chi sovvertiva dei Pride sempre più escludenti ed elitari) fatte di gruppi rifiutati dagli organizzatori di quelle ufficiali.

Nel frattempo, nel 1995, forse l’esclusione, forse la morte della compagna di lotta di una vita, forse un nuovo crollo nella povertà, portarono Sylvia a tentare il suicido nel fiume Hudson, lo stesso dove era stato rinvenuto il corpo di Marsha solo tre anni prima.

Fortunatamente, il tentativo fallì e la sua lotta ebbe modo di continuare.

Nel 1997 si unì alla Transy House Collective e nel 2000 prese parte al World Pride di Roma.

Sylvia Rivera morì due anni dopo, vittima di un tumore, lasciando un enorme vuoto per tutta la comunità queer del mondo, ma un’importantissima eredità per il movimento di liberazione sessuale.

Nello spirito di Stonewall, a cinquant’anni dal lancio di quel tacco, riprendiamoci le strade, riconquistiamo la nostra lotta, ricominciamo la nostra rivolta!

Sono La Mucca Intellettuale: ho 23 anni, ma ne dimostro 15, ho dei bellissimi occhiali arcobaleno che si appannano in ogni circostanza e sono troppo bassa per essere vera. Sono una studentessa e un’apprendista psicologa: sogno di studiare sessuologia per portare consapevolezza nelle scuole di tutto il mondo e di diventare la nemica numero 1 dei genitori anti-gender. Sono bisessuale e mi piace dire che esisto.

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