Che razza di gente – Quando la scienza smentisce il razzismo

La smania di dividere tutto il mondo in razze non è qualcosa appannaggio del Nazismo, o del più autoctono fascismo, o in generale di quelle forme di estrema destra che nell’ultimo secolo sono sorte come detestabili funghetti un po’ in tutto il globo. 

Già nell’Atene del V secolo, ad esempio, l’umanità intera era simpaticamente divisa in due razze: “Quelli come noi” e “Quelli diversi da noi”,  Greci e barbari, sostanzialmente. I Romani riproposero questa stessa suddivisione, smussandola un po’. Dopotutto qualsiasi barbaro poteva diventare Romano. Bastava che sostituisse la toga alle pelli e che accettasse le leggi dello Stato. Simple as that. 

Nel Settecento, però, si fece largo l’idea di razza come qualcosa di scritto nel sangue, nel DNA (diremmo noi oggi) quando il naturalista svedese Carlo Linneo fondò la tassonomia, la scienza che classifica gli organismi. 

Tra piante, rettili e invertebrati, Linneo decise di classificare anche l’Homo Sapiens e di dividerlo per razze. Ne individuò quattro, una per ogni elemento della filosofia greca classica (why tough?) e così stilò la lista: razza europea, asiatica, americana e africana. 

Nei successivi cento anni ogni naturalista o anatomista sentì l’irrefrenabile bisogno di portare il proprio apporto, in molti casi più politico che scientifico, cercando di classificare queste benedetto Homo Sapiens. Ci provò Blumenbach, introducendo il temine “caucasico”, per classificare quelli che per lui erano gli esseri umani “più belli”. Ci provò Georges Cuvier, ci provò Francis Galton e ci provò persino Kant. Anche per lui le razze umane erano quattro ma, a differenza di Linneo, si convisse  che i calmucchi dovessero costituire una razza a parte. 

Tra la confusione dei cataloghi settecenteschi, tra le tante contraddizioni e le millanterie, arriviamo all’Ottocento. L’idea che si diffonde in questo Romantico e disgraziato secolo è molto più chiara, molto più semplice, perlomeno a dirsi. Emerge la teoria dell’esistenza di uno stato nazionale, basato su un’unica lingua, un’unica terra e un’unica purissima razza. Antropologi e scienziati decidono di dare una mano nel forgiare  questa nuova consapevolezza, partorendo teorie eccentriche e classificazioni fatte su misura per la contesa politica. Il risultato è un “pasticcio” (così lo definisce il genetista Guido Barbujani, professore dell’università di Ferrara), in cui non si distingue più il confine tra scienza e ideologia. 

Nel frattempo gli esploratori tornano in patria riportando la descrizione di paesi lontani e di popolazioni mai viste prima. E così si creano nuove razze e i cataloghi si ampliano. 

Oggi, per fortuna, ci pensa la scienza moderna a far chiarezza, nonostante i somari, presenti anche tra gli specialisti, che ancora si ostinano a voler fare orecchie da mercante. 

La genetica ha parlato chiaro. Siamo tanti, siamo sette miliardi e una specie tanto numerosa dovrebbe essere anche molto variabile. Eppure così non è: due esseri umani presi a caso differiscono in media per l’1 per mille del loro genoma. In altre parole, a livello di DNA, ognuno di noi è uguale al 99.9% a qualsiasi sconosciuto, di qualsiasi continente. 

Gli studiosi interpretano questi dati come una chiara evidenza del fatto che la nostra specie sia stata a lungo composta di pochissimi individui e, solo di recente, diciamo negli ultimi 10 000 anni, siamo cresciuti di numero, e tanto.

I frequenti e ininiterrotti scambi tra popoli e l’origine comune che posiziona la nostra culla originaria nel cuore dell’Africa, culla da cui ci allontanammo in piccoli gruppi nel corso di 50-60 000 anni, ci portano alla necessità di arrenderci e di accettare l’evidenza. Non si può parlare di razze umane. 

Ovviamente non siamo tutti biologicamente uguali, ma le nostre differenze non si conformano a quelle che la scienza ci richiede  per farci rientrare in piccoli pacchetti distinti chiamati razze. 

Qualcuno potrebbe obiettare appellandosi alle tante palesi differenze, ma il fatto è che ogni singola popolazione differisce in qualche modo dalle altre, e  se volessimo usare questo come criterio, andando ovviamente contro le norme della tassonomia, allora dovrebbero esistere una razza di Venezia, una razza di Padova, una di Vicenza e cosi via.

Ma ancor di più, tutti i gruppi umani, intesi geograficamente , socialmente o arbitrariamente , differiscono in media di molte caratteristiche, come peso, altezza, abilità nel nuoto e capacità di digerire i peperoni. Ma a nessuno verrebbe mai in mente di prevedere sulla base di altezza, peso e capacità di digerire i peperoni di una persona, il suo temperamento, la sua intelligenza o la sua tendenza a delinquere. Allo stesso modo non è pensabile farlo in base ad analisi del sangue, misurazioni del cranio e letture del Dna. 

Insomma, la questione non è se siamo identici, perché non lo siamo, è ovvio: tutti siamo in grado di distinguere un giapponese medio da un congolese medio, ma fra Congo e Giappone vivono tante persone con caratteristiche intermedie e non c’è modo di tracciare linee geneticamente obiettive che le separino in gruppi naturali.

La questione è dunque se siamo diversi abbastanza da poter esser suddivisi in razze. E le uniche razze ammesse dalla scienza sono omogenee, riconoscibili e rintracciabili. Ricorrendo ad una citazione del meraviglioso Barbujani, “Bisognerebbe che gli esseri umani fossero come le automobili, che potessero essere, Ford o Toyota o Fiat, ma certo non 42% Ford 33% Hyunday e il resto un po’ volvo e un po’ Peugeot. 

Le fonti principali di questo articolo sono state    

    A cura di Marco Aime, “Contro Il Razzismo-quattro ragionamenti”, Einaudi, Torino, 2016

  • Jared Diamond, “Armi, acciaio e malattie”, Einaudi, Torino, 2014

Per approfondimenti consiglio:

    Ernst Mayr, “The growth of biological thought: diversity, evolution and inheritance”, Belknap Press, Londra, 1985

  • Guido Barbujani, “L’invenzione delle razze”, Bompiani, Milano, 2006

 

Sono il Capybara Femminista, ho 23 anni, mi piace l’uvetta e ho una strana ossessione per gli incensi. Mi sentirai citare detti popolari in modo sconclusionato e fuori contesto. A quanto pare i film che preferisco sono quelli che la gente comunemente trova noiosi. Credo nel vero amore, nell’energia dell’universo e nel femminismo intersezionale.

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